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Dove mangiare a Roma centro: Osteria La Quercia (recensione completa)

  • Immagine del redattore: The Introvert Traveler
    The Introvert Traveler
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min
Osteria La Quercia Roma

Ultima visita: febbraio 2026

Mio giudizio: 10/10

Prezzo: €€€/€€€€€

Telefono: 06/68300932


Mangiare bene a Roma centro, si sa, è un'impresa ardua, soprattutto se si cerca un locale che faccia a modo la cucina romana tradizionale. Ormai, da tempo, quella vecchia zoccola della caput mundi si è prostituita al turismo di massa e ovunque sono in agguato squallide trappole per turisti con le foto degli spaghetti alla bolognese esibite all'ingresso e il buttadentro egiziano che ti importuna se solo entri nel suo campo visivo. Questo blog, ad oggi, ha (spoiler: aveva...) in elenco solo Felice Al Testaccio come luogo di eccellenza della cucina romana.

Ma ecco fare il suo ingresso tra le dramatis personae una nuova protagonista: Osteria La Quercia, dove la tradizione non viene semplicemente eseguita ma viene interpretata nel modo più aggiornato e sfavillante possibile, a un livello qualitativo che la maggior parte delle trattorie non sfiora nemmeno.


Un menu romano, ma pensato

Il menu è quello canonico, antipasti, primi, secondi e contorni, ma già c'è un elemento che apprezzo: le portate sono poche. Diffido sempre dei locali che hanno decine di piatti nel menu; impossibile farli tutti bene; invece qui basta dare un'occhiata all'essenzialità del menu per partire con entusiasmo. Le materie prime sono dichiarate con una trasparenza quasi didattica: fornitori selezionati, filiere precise, nomi che non sono lì per fare scena ma per raccontare una scelta.

È la differenza tra chi compra e chi seleziona.

Nell'attesa, arriva il cestino del pane; non è sensazionale, ma per mangiarne di meglio ho dovuto andare in ristoranti di altissimo livello; qui c'è una piacevole alternanza di prodotti freschi, grissini e due tipi di pane, tutti ottimi, e va da sé che questa è un'altra caratteristiche che contraddistingue un locale di qualità.



Antipasti: la tradizione che non fa sconti

Si parte con gli antipasti e inizia un vertiginoso giro sulle montagne russe della tradizione capitolina, rivisitata secondo gli odierni standard gastronomici.

Il maritozzo salato con agnello sfilacciato e senape dolce è un piccolo manifesto: un’idea romana reinterpretata senza perdere identità. Il pane è soffice ma strutturato, il ripieno succoso, la senape non invade ma accompagna. Ma il trionfo sta nell'abbinamento, la carne di agnello è di primissima qualità, aromatica e succosa e nulla potrebbe esserle più dolce che morire annegata in quella salsa alla senape che appena ti incontra le papille gustative ti agguanta il diaframma per farti mugolare di piacere. E visto che all'Osteria La Quercia sono infami fracichi, servono tutto dentro a un maritozzo, perché loro vogliono che tu implori subito di averne un altro, in ginocchio, come un gladiatore sconfitto nell'arena. Nota seria: secondo me ci poteva stare un sussulto di senape in più, ma stiamo a cercare il pelo nell'uovo.

Il carciofo alla giudia è esattamente ciò che dovrebbe essere e quasi mai è: materia prima fresca e di qualità che, me' cojoni, sa di carciofo; frittura ineccepibile, asciutta, senza tracce di olio in eccesso. Foglie aperte come una rosa metallica, cuore morbido. Salatura sapiente che ti lascia quella nota di sapido sulle labbra, giusto il necessario per non coprire il sapore del carciofo. Voto 8.

Le puntarelle con alici mantengono alto il livello fresche e croccanti, con quel loro irresistibile gusto amarognolo. Qui devo fare una piccola lamentela. Va bene che il locale è caruccetto e tanti ci verranno con la tipa sperando di conquistarla e indurla a un prosieguo di serata degno di un lupanare pompeiano; però nelle puntarelle ci va l'aglio, basta con questo politically correct, ha cacato er cazzo.


Osteria La Quercia Roma


Il punto di non ritorno: i tonnarelli cacio e pepI

E poi arrivano loro. I tonnarelli cacio e pepi. PepI, con la I, perché qui non ci mettono una dozzinale spolverata di pepe comprato alla Lidl, come fanno anche i ristoranti stellati, cosa credete; no, loro ci mettono una selezione di pepI, con la I, pregiatI. E io sulle prime mi ero un po' irrigidito, perché mi sembrava una di quelle trovate da marketing di quart'ordine da ristorante post anni 2000, di quelli che ti invorniscono con i diminutivi: le alicette del Cantabrico, i pistacchiucci di Bronte, la cassatina scomposta di 'sta cippa e così via.

E invece... qui devo inventarmi romano, scomodare Trilussa, Giuseppe Gioacchino Belli, Carlo Emilia Gadda e Gigi Proietti, perché quei tonnarelli non meritano di essere descritti in semplice italiano.


I tonnarelli cacio e pepe de La Quercia nun so’ “boni”: so’ ’na categoria catastale a parte, come li miracoli o le tasse che nun capisci ma paghi.

Nun stanno “tra li mejo de Roma”: stanno fori concorso, come er Colosseo quanno fa er confronto co’ ’na panchina.

So’ er parametro: se li mangi, tutto er resto diventa teoria, tipo la filosofia quanno c’hai fame.

È ’na pasta che te giudica: tu entri cliente, esci imputato pe’ tutte le cacio e pepe che hai perdonato in vita tua.

Er pepe nun punge: ragiona. Er pecorino nun copre: spiega. E tu annuisci come a ’na conferenza che finalmente capisci.

So’ democratici: mettono d’accordo pure quello che dice “io la faccio mejo a casa”, che poi torna a casa e cambia casa.

Se Dio facesse er primo, mica se mette a impastà: prenota qua.

È ’n piatto che te leva la parola, e a Roma è reato grave.

Dopo, qualsiasi altra cacio e pepe è come er doppiaggio de un film che hai visto in lingua originale: te pare tutto giusto, ma nun te fidi più.

Insomma, nun è cucina: è giurisprudenza. E questi hanno scritto er codice.


La pasta è di una qualità rara: ruvida, elastica, viva. Tiene la cottura con una precisione che rasenta l’ossessione, con quel margine infinitesimale tra resistenza e resa che distingue il professionista dal dilettante.

La salsa è un’emulsione perfetta. Non una crema pesante, non una minestra slegata. Un equilibrio instabile tenuto insieme da tecnica e sensibilità: pecorino che avvolge senza soffocare, e 'sti cazzo di pepI che sono veramente pepI, al plurale, con la I, e tu lo senti che sono aromi diversi mentre tentenni, esiti, domandandoti se affondare la faccia nel piatto e divorarli come una fiera, o aspettare, come un essere civile, lasciando che il palato si saturi di piacere prima di viziarlo con un'altra forchettata.

Eccoli qua, i tonnarelli di Dio:


Osteria La Quercia Roma

Secondi e contorni: solidità senza cedimenti

Le polpette sono il piatto meno memorabile della serata, ma attenzione: “meno memorabile” qui significa comunque pienamente centrato. Morbide, ben legate, saporite. Semplicemente non raggiungono le vette dei primi.

La trippa alla romana, invece, riporta subito il livello in alto: saporita, profonda e cremosa, cremosa, cremosa. È un piatto che non chiede di essere reinterpretato, ma solo eseguito bene. Qui lo è; molto bene.


I dolci: chiudere senza cadere

Il tiramisù è oggetto di un mio bias ricorrente. Lo ordino un po' ovunque pensando "cosa ci vorrà mai a fare un buon tiramisù?"; e puntualmente resto deluso. Ho fatto così, giuro, persino a Istanbul; mia moglie voleva chiedere un TSO. Quindi a Roma ho pensato "figurati se a Roma sanno fare un buon tiramisù", perché va bene essere de coccio, ma a tutto c'è un limite. Poi ci ho ripensato, perché tutto il resto era talmente buono che ho pensato "e invece vuoi vedere che...". Ho tentennato un po' quando la cameriera mi ha detto "noi il tiramisù lo facciamo diverso, ci mettiamo il pane invece dei savoiardi" e già il fighetto-detector cominciava a lampeggiare quando è arrivato ed era esattamente quello che dovrebbe essere, anzi, meglio: cremoso, equilibrato, senza derive zuccherine inutili, ma goloso, golosissimo. Il cacao è presente, in modo solido, il mascarpone è protagonista, il caffè sostiene. E poi, oh, sai che c'è, il pane al posto dei savoiardi ci stava proprio bene e rendeva il tiramisù scrocchiarello, un po' come la pinsa romana rispetto alla pizza con il cornicione alto.


Osteria La Quercia Roma

Atmosfera e servizio

L’ambiente è quello di un'osteria contemporanea fatta bene: un po' chic ma caloroso. Tavoli ravvicinati, non troppo rumorosa, una certa densità umana che ricorda che si è a Roma.

Il servizio, non vorrei ripetermi, ma è stato eccezionale: le due cameriere che ci hanno servito erano simpatiche, propositive, disponibili, scattanti ma sempre con il sorriso, che alla fine è tutto quello che desidero in un ristorante; premesso che io se dovessi servire ai tavoli sarei costantemente incarognito, ma niente completa una cena meravigliosa come qualcuno che ti serve con il sorriso e cerca di assecondare ogni tua esigenza; e questo non è scontato, tanto meno a Roma.


Osteria la Quercia Roma. Conclusione

Mangiare all'Osteria La Quercia a Roma è stato come selezionare la squadra del fantacalcio con gli occhi bendati e trovarci Totti, De Rossi, Falcao, Cafu, Bruno Conti, Agostino Di Bartolomei, Candela e Roberto Pruzzo.




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