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Bernini e i Barberini: Recensione della mostra a Palazzo Barberini tra busti straordinari, gossip pruriginosi e commenti memorabili

  • Immagine del redattore: The Introvert Traveler
    The Introvert Traveler
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 8 min

Luogo: Gallerie Nazionali di Arte Antica - Palazzo Barberini

Durata della visita: 1,5 ore (più due ore per l'eventuale visita a Palazzo Barberini)

Mio giudizio: 8/10

Biglietti: Tiqets


La mostra “Bernini e i Barberini”, allestita nelle sale di Palazzo Barberini a Roma, dal 12 febbraio al 14 giugno 2026, affronta uno dei nodi più decisivi della storia dell’arte europea del Seicento: il rapporto tra Gian Lorenzo Bernini e la famiglia Barberini, in particolare con Maffeo Barberini, divenuto papa nel 1623 con il nome di Urbano VIII. Il tema non è nuovo nella storiografia artistica, ma raramente è stato analizzato con una tale concentrazione di opere, documenti e confronti iconografici. L’operazione curatoriale consiste nel dimostrare in modo concreto e visivo come il Barocco romano non sia semplicemente il risultato di una generica evoluzione stilistica, bensì l’esito di un preciso rapporto di mecenatismo, protezione politica e reciproca legittimazione tra artista e committente.

Per comprendere la portata della mostra è necessario partire dal contesto storico della famiglia Barberini, una delle dinastie più influenti della Roma del Seicento.


I Barberini: potere politico e mecenatismo culturale

I Barberini sono una famiglia di origine toscana che raggiunge il vertice della propria fortuna con l’elezione al soglio pontificio di Maffeo Barberini nel 1623. Come molti pontefici dell’età moderna, Urbano VIII utilizza il potere papale anche come strumento di promozione dinastica. Il pontificato barberiniano si caratterizza infatti per una politica culturale estremamente ambiziosa. Non si tratta solo di costruire palazzi o collezionare opere d’arte, ma di ridefinire l’immagine stessa della Roma papale.

L’obiettivo è duplice. Da una parte consolidare il prestigio della famiglia attraverso un programma iconografico coerente e riconoscibile. Dall’altra riaffermare il ruolo di Roma come capitale artistica della cristianità in un momento in cui la Chiesa cattolica, dopo il Concilio di Trento, utilizza l’arte come strumento di persuasione religiosa.

Il pontificato di Urbano VIII coincide con una stagione di straordinaria attività edilizia e artistica. La città viene trasformata attraverso cantieri monumentali, fontane, palazzi, chiese e apparati scenografici. Bernini diventa il principale interprete di questa politica culturale. Secondo una celebre frase attribuita allo stesso Urbano VIII, riportata dalle fonti seicentesche, la fortuna dell’artista e quella del pontefice sarebbero state reciproche: grande fortuna per Bernini vedere papa il cardinale Barberini, ma altrettanto per il papa vivere nel pontificato del Bernini.

Non tutti però apprezzavano la portata invasiva con cui la coppia Barberini-Bernini fece di Roma un cantiere a cielo aperto, attingendo con disinvoltura anche alle spolia; basti pensare al noto detto "Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini"...

Ad ogni modo, la relazione tra il genio barocco e il suo mecenate è il vero centro concettuale della mostra.


Bernini e Urbano VIII: un sodalizio artistico e politico

Quando Maffeo Barberini diventa papa, Bernini ha appena venticinque anni. È già noto come scultore prodigio, cresciuto nella bottega del padre Pietro Bernini, ma non è ancora l’artista universale che la storia ricorderà.

È Urbano VIII a erigerlo a tale status.

Il papa comprende molto presto che Bernini possiede una qualità rara: la capacità di integrare scultura, architettura e scenografia in un linguaggio unitario. Non si limita quindi a commissionargli statue o monumenti, ma gli affida alcuni dei cantieri più simbolici della Roma barocca. Il caso più celebre è naturalmente il Baldacchino di San Pietro, iniziato nel 1624 e completato circa un decennio dopo.

Questa opera non è solo una scultura monumentale. È un dispositivo teatrale, architettonico e simbolico che ridefinisce l’intero spazio della basilica. Bernini riesce a fondere colonne tortili, bronzo, architettura e iconografia in una struttura che celebra contemporaneamente la tomba di Pietro e il potere del papato barberiniano.

La mostra insiste molto su questo punto, sottolineando come il Barocco non sia un semplice stile ma un linguaggio politico.


Il Barocco come progetto urbano

Il rapporto tra Bernini e i Barberini non si limita alle singole opere. Il loro sodalizio influenza l’intera città di Roma.

Durante il pontificato di Urbano VIII la capitale pontificia diventa un immenso laboratorio di sperimentazione artistica. Bernini realizza fontane, sculture, architetture e apparati urbani che definiscono l’immagine moderna della città.

Tra le opere più emblematiche si possono ricordare:

  • il Baldacchino di San Pietro

  • la Fontana del Tritone

  • la Fontana delle Api

  • il colonnato di Piazza San Pietro (progettato poco dopo il pontificato barberiniano ma concepito nello stesso clima culturale)

Attraverso queste opere Roma assume un carattere scenografico senza precedenti. L’architettura diventa teatro. Lo spazio urbano viene progettato per produrre emozione, movimento e meraviglia.

La mostra di Palazzo Barberini suggerisce che questo linguaggio nasce proprio dall’alleanza tra l’artista e il pontefice.


L’apertura della mostra: Pietro Bernini e gli esordi di Gian Lorenzo

Il percorso espositivo si apre con una sezione dedicata agli anni giovanili di Bernini, mettendo opportunamente in evidenza il ruolo della bottega paterna.

Tra le opere più interessanti compaiono alcune sculture di Pietro Bernini, tra cui Adamo, Eva e il serpente e lavori realizzati in collaborazione tra padre e figlio, come il Putto sul drago.

Questo avvio è particolarmente efficace perché consente di comprendere quanto il giovane Gian Lorenzo fosse inizialmente inserito nella tradizione tardo-manierista della scultura romana.



Il passaggio decisivo avviene con il San Lorenzo degli Uffizi, una scultura giovanile sorprendente per energia e naturalismo. Qui il corpo del santo, disteso sulla graticola, non è trattato come una figura idealizzata ma come un organismo vivo, attraversato da tensioni muscolari e vibrazioni emotive. È già evidente quella capacità di rendere il marmo quasi sensibile alla luce e al movimento che diventerà la cifra più riconoscibile dell’artista.



Disegni, documenti e il cantiere di San Pietro

Una delle parti più interessanti della mostra è quella dedicata ai documenti e ai disegni relativi al cantiere di San Pietro.

Sono esposti diversi studi per il Baldacchino e per la statua del San Longino, oltre a modelli e incisioni che permettono di ricostruire il processo creativo dell’opera.

Particolarmente curioso è un documento conservato negli archivi della Fabbrica di San Pietro che registra un pagamento effettuato da Bernini a Francesco Borromini, allora impegnato come scalpellino nel cantiere. Il documento è quasi ironico se letto alla luce della celebre (presunta?) rivalità tra i due artisti.




Bernini ritrattista: il dominio del busto

Gran parte della mostra è dedicata alla produzione di busti ritrattistici, che costituisce uno dei campi in cui Bernini raggiunge risultati tecnici e psicologici straordinari.

Il busto, nella Roma del Seicento, non è solo un genere artistico ma uno strumento politico. Serve a diffondere l’immagine dei pontefici, dei cardinali e dei membri della corte papale.

Bernini sviluppa una nuova concezione del ritratto scultoreo. Non si limita a riprodurre i tratti fisionomici. Cerca invece di cogliere l’energia vitale del soggetto.

I ritratti di Paolo V e Gregorio XV mostrano già questa tendenza. Il volto non è rigido ma attraversato da tensioni muscolari sottili. Gli occhi sembrano muoversi nello spazio. La superficie del marmo varia continuamente tra zone lucide e zone più opache in cui Bernini esibisce la propria maestria illusionistica nel rendere diverse tessiture.


Urbano VIII: costruzione di un’immagine del potere

Il cuore della mostra è costituito dalla straordinaria serie di busti dedicati a Urbano VIII.

Sono esposte diverse versioni del ritratto papale in marmo e in bronzo, provenienti da musei e collezioni internazionali.

Questi busti non sono semplici ritratti ma strumenti di propaganda. Il pontefice appare ora con il capo scoperto, ora con la mozzetta, ora con il camauro. Ogni variante corrisponde a un preciso registro simbolico.

Bernini costruisce così una vera e propria iconografia del potere papale.

Il volto di Urbano VIII viene progressivamente trasformato in un’immagine assoluta dell’autorità spirituale.



Il confronto con gli altri scultori

Un merito della mostra è quello di non isolare Bernini ma di inserirlo nel contesto della scultura romana del tempo, esponendo alcune straordinarie opere di altri protagonisti della scultura barocca.

Tra queste spiccano:

  • la Statuetta equestre di Carlo Barberini di Francesco Mochi

  • il Busto di Michelangelo Buonarroti il Giovane di Giuliano Finelli

  • il busto del cardinale Santacroce di Alessandro Algardi

Il confronto è illuminante.

Mochi rappresenta una linea più tradizionale e ancora legata al tardo manierismo. Finelli porta la tecnica del marmo a un livello quasi ossessivo di precisione analitica. Algardi propone invece una scultura più classica e composta.

Bernini appare in questo contesto come l’artista che riesce a unire virtuosismo tecnico, teatralità e forza psicologica.



La mostra non approfondisce, probabilmente riservandosi di approfondire il tema in una prossima esposizione, la portata innovativa di Algardi come graphic designer, che introduce con 4 secoli di anticipo rispetto a Harvey Ball l'uso dello smiley per rappresentare il profilo psicologico del soggetto ritratto.


Alessandro Algardi smiley

Bernini e il bronzo

Un aspetto interessante della mostra riguarda la presenza di alcune opere in bronzo.

Nell’immaginario collettivo Bernini è soprattutto lo scultore del marmo. È il materiale delle sue opere più celebri, dalle statue di Villa Borghese alle grandi sculture monumentali.

La presenza di bronzi in mostra ricorda invece che Bernini utilizzò questo materiale con grande libertà e con la consueta maestria, modellando texture incosuete rispetto al marmo che comunemente si associa alla sua opera.


Opere provenienti da collezioni private

Un ulteriore elemento di interesse della mostra è la presenza di opere provenienti da collezioni private, raramente visibili al pubblico.

Tra queste cito (più o meno a memoria, perché colpevolmente non ne ho preso nota e per pigrizia non ho comprato il catalogo alla mostra, riservandomi di acquistarlo comodamente da casa):

  • Quattro Stagioni di Pietro e Gian Lorenzo Bernini

  • Autunno

  • il San Sebastiano Barberini

  • un paio di busti di Urbano VIII

  • due bronzetti che ritraggono Matilde di Canossa


Il busto di Thomas Baker

Tra le opere più spettacolari spicca il busto di Thomas Baker, proveniente dal Victoria and Albert Museum.

Si tratta di uno dei ritratti più virtuosistici di Bernini. Il volto dell’inglese è reso con un naturalismo straordinario e con una spettacolare vivacità. La superficie del marmo sembra mutare continuamente sotto la luce, dalle zone levigate del viso alle pieghe più profonde del drappo.



bernini barberini

Momento Gossip

Tra gli allievi di Bernini militava Matteo Bonarelli, che era sposato con la bella Costanza Piccolomini, discendente della importante famiglia senese; questa doveva avere già risolto con notevole pragmatismo questioni che il femminismo contemporaneo continua a discutere in interminabili convegni autoreferenziali, perché mentre era sposata con lo scultore lucchese, era al contempo amante di Gianlorenzo Bernini, nonché del suo fratello minore Luigi.


bernini barberini

Alla Biblioteca Nazionale di Firenze è conservato un documento anonimo in cui si racconta che Bernini scoperta la tresca tra Costanza e il suo fratello minore, si appostò davanti a casa dell'amante per vederne uscire il fratello accompagnato dalla padrona di casa con i capelli in disordine; la situazione degenerò rapidamente in una baruffa; da qui in poi le versioni divergono; gli eventi, infatti, sono narrati anche in una lettera diretta dalla madre di Bernini, Angelica Galante Bernini, al cardinal Francesco Barberini; la versione pittoresca, riferibile al documento anonimo della BNF, ma da prendere cum grano salis, riferisce che il Maestro avrebbe inseguito il fratello minore fin dentro San Pietro, dove il primo avrebbe fatto esibizione delle proprie abilità percussive sulle costole di Luigi, per poi dare mandato a un proprio servitore di andare a sfregiare l'amante Costanza; stando alla madre dei due Bernini, l'aggressione sarebbe accaduta a Santa Maria Maggiore; in ogni caso non risulta che Costanza poi sia stata effettivamente sfregiata; i protagonisti della vicenda hanno ricevuto sanzioni veniali, estinte dopo poche settimane e a noi, di tutto ciò, è rimasta l'unica opera nota eseguita da Bernini per il proprio diletto, il sensuale ritratto di Costanza conservato al Museo del Bargello ed esposto alla mostra.


Il commento migliore

Il mio premio al commento migliore udito alla mostra va a:

Ma dai! Non sapevo che sapesse anche dipingere!

La mostra "Bernini e i Barberini": Conclusione

“Bernini e i Barberini” è una mostra che riesce a chiarire in modo convincente un punto essenziale della storia dell’arte del Seicento: il Barocco non nasce solo dal genio individuale di un artista ma dall’incontro tra talento e potere.

Senza i Barberini, Bernini probabilmente sarebbe stato comunque uno scultore straordinario. Ma difficilmente avrebbe avuto la possibilità di trasformare Roma nel grande teatro barocco che ancora oggi conosciamo.

La mostra non indulge in effetti spettacolari né in soluzioni espositive troppo teatrali. Si concentra invece sulle opere e sui documenti. Questo approccio, sobrio e filologicamente corretto, consente di comprendere con maggiore chiarezza la complessità di uno dei momenti più decisivi della cultura artistica europea.

Il risultato è un percorso espositivo equilibrato, scientificamente fondato e capace di restituire con precisione la natura di quel rapporto tra artista e mecenate da cui nacque il Barocco romano.






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