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I Giganti di Mont'e Prama (Cagliari)

Immagine del redattore: The Introvert TravelerThe Introvert Traveler

Aggiornamento: 11 feb

Disclaimer:

Scrivo questo post per segnalare un'opera che ho conosciuto durante la visita a un museo er per condividere un'intuizione che ho avuto durante la contemplazione di tale opera.

La mia interpretazione confligge con la lettura ufficiale dell'opera e pertanto, non sapendo io nulla di archeologia, sono consapevole che al 99,99% tutto quello che dico è errato.

Provo un deferente rispetto per la Scienza, lo Studio e la Cultura e il più profondo ribrezzo per le orde di insipienti che, a causa dei social, hanno acquisito il presunto diritto di esprimere la propria opinione sui più disparati argomenti, senza avere alcuna preparazione specifica nella materia trattata, con la pretesa di poter discorrere alla pari con chi invece ha dedicato una vita allo studio della stessa materia. La creazione del Sapere è la più mirabolante impresa compiuta dall'essere umano e richiede tempo, sacrificio e dedizione, che non possono sostituite da un veloce ricerca su Google, tantomeno se non supportata dalle adeguate basi culturali.


I Giganti di Mont’e Prama sono antiche statue in pietra risalenti alla civiltà nuragica, databili tra il IX e l’VIII secolo a.C., scoperte nel 1974 in Sardegna nei pressi di Cabras e ora conservati in parte presso il Museo Archeologico di Cabras e in parte presso il Museo Archeologico di Cagliari. Realizzate in arenaria, rappresentano figure umane stilizzate: arcieri, guerrieri e pugilatori, con tratti monumentali e geometrici. Sono considerate una delle prime forme di scultura monumentale nel Mediterraneo occidentale. Ritrovate in frammenti, sono state ricomposte attraverso complessi restauri, rivelando un importante legame con le tradizioni religiose e funerarie nuragiche. Queste sculture sono straordinarie testimonianze dell'abilità artistica e della ricchezza culturale di una civiltà unica, in dialogo con il mondo fenicio e mediterraneo.

L'interpretazione comune, esposta anche nel Museo di Cagliari, è che parte dell'importanza dei Giganti risieda nello stile, quasi espressionista, con cui sono rappresentati i grandi occhi dallo sguardo ipnotico; io suggerisco qui una diversa lettura di queste opere.


L'archeologia al tempo di Instagram

Nell'ultimo decennio, un po' grazie ai social network, un po' a causa dell'uso insistente dell'immagine dei Giganti attuato dall'aeroporto di Cagliari - Elmas (da cui transitano ogni anno 5 milioni di passeggeri), i Giganti hanno acquisito una certa visibilità mediatica, diventando un'icona tipica della Sardegna, al pari delle sculture naturali in granito rosa della Costa Smeralda e delle acque cristalline del Golfo di Orosei.

La popolarità di questi manufatti è dovuta prevalentemente al sintetico espediente stilistico con cui lo scultore primordiale ha reso il volto dei giganti, rappresentandone gli occhi come due cerchi concentrici stilizzati che restituiscono uno sguardo ipnotico.

L'osservatore del 21mo secolo, che porta nel proprio bagaglio culturale più di duemila anni di immagini che hanno contribuito a determinare il sostrato iconografico della nostra società, non può che sussultare di fronte al fatto che quasi 3.000 anni fa un artista già disponesse, da un lato, di una tale capacità di astrazione da poter raffigurare gli occhi di un soggetto tracciando due semplici cerchi, e dall'altro, che l'antico scultore, nella realizzazione di opere che presumibilmente avevano specifiche funzioni rituali, celebrative o votive, ricercasse un'estrema introspezione psicologica, fino al punto di rappresentare un elemento così personale come lo sguardo del soggetto; una rappresentazione così inusualmente intimista ed espressionista per una scultura di oltre 3.000 anni fa è indubbiamente accattivante per un osservatore moderno. Nella percezione di una persona comune di media cultura, che non abbia specifiche competenze di archeologia, l'arte arcaica rappresenta tipicamente dei topoi (la divinità, il guerriero, il cacciatore, l'agricoltore) e non individui; in un'epoca in cui prevale invece il culto sfrenato per l'individuo, l'idea che un'artista arcaico ricercasse l'introspezione psicologica del soggetto ha una sicura presa emotiva; se poi in questo modo si riesce a semplificare la lettura di un'immagine arcaica, con la connessa complessità legata alla necessità di conoscere il contesto culturale in cui l'opera è stata realizzata per leggere correttamente l'opera, facendo aderire l'immagine al luogo comune iconografico di un'immagine moderna da cartone animato (gli occhi "ipnotici" come in un film della Disney), il gioco è fatto e il fenomeno mediatico pop è servito su un piatto d'argento.



Affinità stilistiche Nei Giganti di Mont'e Prama


Io stesso, transitando di tanto in tanto per l'aeroporto di Elmas, sono stato rapito dallo sguardo delle copie dei giganti che, da ogni angolo dell'edificio, scrutavano i viaggiatori in transito, e mi sono ripromesso che alla prima occasione sarei andato a vedere gli originali al Museo Archeologico di Cagliari; così, dopo qualche tempo mi sono ritrovato a visitare il bel museo, che oltre ai Giganti ospita bellissimi esemplari di bronzetti nuragici e di sculture romane e, al termine della visita, ho finalmente raggiunto la sala che ospita i Giganti.

Ho passato parecchi minuti osservando queste opere dall'indiscutibile fascino, ma più le guardavo e più ronzava in testa una sensazione di deja vu. La prima sensazione è che l'immagine dei Giganti evocasse in qualche modo le sculture di Modigliani, ma la somiglianza era estremamente vaga e il confronto mi lasciava del tutto insoddisfatto.



Dopo un po' di osservazione, un'altra figura ha cominciato a emergere dalle nebbie della mia memoria, quella dei Moai dell'Isola di Pasqua.

In effetti, in questo caso, la somiglianza è molto più calzante, ma con questo? I Giganti di Mont'e Prama sono stati realizzati quasi 1000 anni prima di Cristo, i Moai dell'Isola di Pasqua sono stati realizzati, più o meno, mentre mentre Leonardo dipingeva la Gioconda; a meno di non voler ipotizzare qualche teoria spazzatura in base alla quale gli alieni, dopo aver realizzato le Piramidi e dirigendosi verso Atlantide, hanno dato un passaggio spazio temporale allo scultore di Mont'e Prama per trasportarlo 2500 anni dopo sull'isola di Pasqua, l'affinità stilistica si risolve in un non sequitur.

Eppure, più guardavo i Giganti, valutando la somiglianza con i Moai, e più un pensiero cominciava a girarmi per la testa. Non si può pretendere da uno scultore di 3000 anni fa la correttezza anatomica, ma quegli occhi, quasi allineati alle narici, sembrano decisamente un po' troppo bassi per essere occhi; se invece si osservano i Giganti come se fossero dei gemelli de Moai, le arcate sopraccigliari diventano gli occhi e quindi i famosi cerchi non sarebbero occhi, ma qualcos'altro; simboli, disegni, tatuaggi...



La pareidolia


La pareidolia è il processo psicologico, innato nell'uomo, che porta a riconoscere forme note in forme casuali, come avviene quando, osservando le nuvole, vi si riconoscono le forme di animali; il processo di pareidolia più frequente, porta in particolare a riconoscere occhi e volti nelle più svariate forme simmetriche; l'insistenza con cui il nostro cervello cerca di attribuire occhi e volti alle più disparate forme inanimate è stata ricondotta a un beneficio evolutivo che avrebbe favorito i soggetti che avevano la capacità di riconoscere il volto dei predatori anche quando fosse stato mimetizzato nell'erba o nella boscaglia. Uno studio del 2010 pubblicato su Neuroreport ha appurato che l'area fusiforme facciale del cervello dei soggetti esaminati si attivava mediamente in 165 millisecondi nel riconoscere oggetti che "assomigliavano a volti" e in 170 millisecondi nel riconoscere volti effettivi, come a dire che il nostro cervello cerca più rapidamente di qualificare come volto una qualsiasi immagine rispetto a un volto vero e proprio.

Di fronte all'immagine dei Giganti, è psicologicamente naturale riconoscere nei cerchi degli occhi, ma è proprio così?



Occhi o simboli?

Se si rimuovono i cerchi dal viso dei Giganti, l'immagine non solo acquisisce una maggiore coerenza anatomica, ma torna a essere la rappresentazione di un soggetto astratto, munito di una propria coerenza stilistica, anziché la rappresentazione di un individuo con un proprio sguardo e una propria introspezione emotiva, come sarebbe naturale aspettarsi da un'opera così antica.

E' possibile che i famosi cerchi non siano occhi bensì, simboli o tatuaggi? Perché no? In fondo nella storia dell'umanità la prassi di dipingere il volto dei guerrieri o di tatuarlo, risale alle stesse origini dell'uomo. Solo per citare alcuni esempi, Giulio Cesare nel De bello gallico (Libro V, Capitolo 14) menziona l'uso che i Celti facevano del vitrum per dipingersi il volto e apparire più spaventosi in battaglia ("Omnes vero se Britanni vitro inficiunt, quod caeruleum efficit colorem, atque hoc horridiores sunt in pugna aspectu"); nelle popolazioni Maori i motivi circolari sono simboli ricorrenti tra i tatuaggi che i guerrieri incidono sul proprio volto; la famosa mummia del Similaun, più familiarmente noto come Ötzi, che è più antica di 4000 anni rispetto ai Giganti di Mont'e Prama (e condivideva gran parte del proprio DNA con le attuali popolazioni della Sardegna) presenta 61 tatuaggi, anche se nessuno sul volto né di forma circolare.



Se, dunque, la prassi di dipingere il volto o tatuare i guerrieri, era ben diffusa già 5.000 anni fa, è possibile che i cerchi dei Giganti siano simboli dipinti sul volto dei guerrieri?

Se i segni sul volto dei Giganti non fossero occhi ma simboli, qual è il simbolo che aveva più probabilità di essere rappresentato nella Sardegna del neolitico?

In tutto il neolitico, non solo in Sardegna, il simbolo del cerchio e dei cerchi concentrici era pressoché onnipresente; al di fuori della Sardegna si possono citare gli esempi delle costruzioni megalitiche come Stonehenge o Brodgar o i circoli calendariali di Nabta Playa, ma è proprio nella Sardegna neolitica che il simbolo del cerchio è diffusissimo, come simbolo di vita, morte e rinascita: dalla Domus de janas di Monte Siseri, all’Arca di Oschiri, dalla Stele di Mamoiada, alla domus di s’Incantu a Putifigari, in Ogliastra - in località Pirarba (Barisardo) e in località Scerì (Ilbono), a Fonni nella necropoli di Madau, in Baronia a Irgoli e nel Mandrolisai ad Atzara.



Giovanni Lilliu, nel suo La civiltà dei Sardi dal Neolitico all'età dei nuraghi (Torino, Eri Edizioni, 1980), riporta l'immagine di un bronzetto nuragico rinvenuto ad Abìni, databile presumibilmente intorno al X secolo A.C., dove il motivo dei cerchi concentrici ricorre sul corpo del soggetto rappresentato con maggiore frequenza di uno sponsor del tabacco sulla tuta di un pilota di Formula 1; la figurina ha ben 4 cerchi concentrici sul petto e due sullo scudo.


E' sufficiente inserire in Google la chiave di ricerca "statue neolitico" ed esaminare le immagini ottenute, per constatare che in ogni parte del mondo, nel periodo storico in cui sono stati realizzati i Giganti di Mont'e Prama, l'arte statuaria si limitava alla rappresentazione astratta di archetipi (il dio, il guerriero ecc.) omettendo sistematicamente la cura del dettaglio fisiognomico.


Conclusione


Cosa voglio dire con tutto questo sproloquio? In realtà non lo so neanch'io. Probabilmente che è bello, contemplando un'opera d'arte, lasciare la mente vagare per associazioni di immagini senza farsi troppo vincolare dall'interpretazione prevalente, che spesso nel mondo dell'arte e dell'archeologia è destinata a essere smentita da studi successivi; oppure che pur nella consapevolezza di un'assoluta ignoranza socratica, pur nel riconoscimento dell'autorevolezza di chi una determinata materia l'ha studiata per una vita intera, pur maneggiando con la dovuta cautela le poche nozioni che possiedo (ché una conoscenza sommaria è spesso più pericolosa di una totale ignoranza), è necessario avere sempre a mente che anche gli esperti a volte sbagliano, e allora è innocuo mettere in discussione una teoria, se lo si fa con il dovuto scetticismo; oppure semplicemente che la Sardegna ospita tanti antichi tesori che meritano di essere scoperti.






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