Il deserto del Wadi Rum (Giordania)
- The Introvert Traveler
- 9 ore fa
- Tempo di lettura: 13 min

Ultima Visita: aprile 2022
Mio giudizio: 10/10
Durata della visita: da 2 a 3 giorni
Chiunque abbia ricevuto una solida formazione culturale su Instagram sa che in Giordania ci sono solo due cose da vedere: Petra e il Wadi Rum. Ho già fatto un post su Petra, per cui ecco il post sul Wadi Rum.
Il Wadi Rum è uno dei paesaggi desertici più complessi e stratificati del Medio Oriente; situato nel sud della Giordania, tra Aqaba e Petra, il Wadi Rum è un vasto sistema di vallate, massicci di arenaria e granito, ponti rocciosi naturali e pianure sabbiose che coprono circa 720 km². La sua unicità non risiede soltanto nell’impatto visivo — pareti verticali alte oltre 1.700 metri, sabbie che variano dal rosso ferroso all’ocra pallido — ma nella combinazione rara tra geologia, archeologia e continuità antropologica. Qui il paesaggio è un archivio a cielo aperto che conserva incisioni rupestri, iscrizioni thamudiche, nabatee e arabe, tracce di insediamenti pastorali e rotte carovaniere millenarie. Non a caso il sito è stato riconosciuto come UNESCO World Heritage Site nel 2011, in quanto bene misto naturale e culturale, una classificazione tutt’altro che frequente. Il Wadi Rum è anche un luogo che ha subito una forte mediazione narrativa moderna — dal mito della “rivolta araba” di Lawrence fino all’uso cinematografico come sostituto di Marte o di pianeti alieni (cito The Martian e Dune tra i casi più evidenti) — ma che mantiene, al di sotto di queste sovrastrutture, un insediamento beduino ancora attivo. Comprendere il Wadi Rum significa quindi leggerlo su più livelli: come formazione geologica modellata dall’erosione eolica, come spazio storico attraversato e abitato, e come territorio vivo, oggi al centro di un delicato equilibrio tra turismo, tutela ambientale e identità locale. In questo senso, visitarlo non equivale semplicemente a “vedere il deserto”, ma a entrare in un paesaggio culturale nel senso pieno del termine, ma soprattutto contemplare uno stupefacente paesaggio naturale, anche se molto antropizzato e assediato dal turismo di massa.

Qualche rudimento geologico
Le immagini del Wadi Rum sono divenute estremamente popolari e riconoscibili negli ultimi anni, grazie anche ai social media. I grandi canyon con le pareti verticali e le sabbie dal colore rosso intenso consentono di identificarlo immediatamente distinguendolo dalla maggior parte degli altri deserti.
Il Wadi Rum appare così radicalmente diverso da molti altri deserti perché è il risultato di una sovrapposizione geologica eccezionalmente leggibile, in cui tempi profondi, composizione mineralogica e processi erosivi hanno agito in modo coerente e continuo. La sua fisionomia deriva innanzitutto dal contatto tra due grandi unità: il basamento cristallino precambriano dello Arabian-Nubian Shield, costituito da graniti e rocce metamorfiche estremamente resistenti, e una potente copertura di arenarie paleozoiche depositate in ambienti fluviali e desertici tra il Cambriano e l’Ordoviciano. Queste arenarie, meno compatte del basamento sottostante, sono state modellate in modo selettivo dall’erosione, creando un paesaggio dominato da pareti verticali, blocchi isolati, canyon rettilinei e pianori sabbiosi, dove la geometria delle forme riflette fedelmente la struttura interna della roccia. I colori, che costituiscono uno degli elementi più distintivi del Wadi Rum, sono dovuti principalmente alla presenza di ossidi e idrossidi di ferro (ematite e goethite) dispersi nei granuli di quarzo delle arenarie: variazioni minime nella concentrazione di questi minerali, nel grado di ossidazione e nell’umidità superficiale producono una gamma cromatica che va dal rosso intenso al porpora, dall’arancio al giallo chiaro, fino a tonalità quasi violacee al tramonto. A ciò si aggiunge l’effetto dell’erosione differenziale, che espone strati di età e composizione leggermente diverse, accentuando la stratificazione visiva delle pareti rocciose. Le formazioni più spettacolari — archi naturali, ponti di roccia, pinnacoli e “funghi” — non sono il risultato di collassi improvvisi, ma di un lentissimo lavoro di abrasione eolica, in cui la sabbia, sospinta dal vento, agisce come una carta abrasiva naturale, scavando preferenzialmente le zone più friabili e lasciando in rilievo quelle più cementate. I rari ma violenti episodi di pioggia completano il processo, convogliando l’acqua lungo fratture e linee di debolezza che vengono progressivamente ampliate fino a formare wadi (ampie vallate sabbiose incorniciate da pareti di arenaria) e siq (gole strette e profonde). Il risultato finale è un paesaggio che appare quasi “architettonico”, fatto di volumi netti e superfici pulite, privo della casualità caotica tipica di altri contesti desertici. Il Wadi Rum colpisce perché rende visibile ciò che altrove resta astratto: il dialogo diretto tra mineralogia, tempo geologico ed erosione, trasformando la roccia stessa nel principale elemento narrativo del paesaggio.

La storia del Wadi Rum
La storia del Wadi Rum si dispiega su un arco temporale straordinariamente ampio, ben oltre la percezione che normalmente abbiamo di un “paesaggio naturale”. Le prime tracce di presenza umana risalgono a migliaia di anni fa, con incisioni rupestri e petroglifi che coprono ampi settori delle pareti rocciose, testimonianza di comunità preistoriche e nomadi che hanno transitato e vissuto in questo ambiente arido già nel Neolitico e nell’Età del Bronzo. Queste iscrizioni, insieme ad antichi graffiti in lingue come il Thamudico e codici aramaici, rappresentano una documentazione tangibile delle prime forme di espressione grafica umana nell’area e riflettono un uso funzionale del territorio come luogo di caccia, sosta e memoria collettiva per gruppi itineranti.
Con l’evoluzione delle rotte commerciali e delle società sedentarie, il Wadi Rum assunse un ruolo significativo lungo i percorsi di collegamento tra l’Arabia meridionale, il Levante e il Mediterraneo, facilitando non solo lo scambio di merci come l’incenso e i tessuti, ma anche di usi culturali e tecnologie. In epoca storica, tra il IV secolo a.C. e il I secolo d.C., l’area subì l’influenza dei Regno Nabateo, la civiltà che costruì la celebre città di Petra. I Nabatei, abili nel catturare e conservare l’acqua in ambienti aridi, lasciarono nel deserto testimonianze come sistemi di canalizzazione, cisterne di raccolta e resti di templi. La loro presenza indica un uso più organizzato del territorio, non solo come via di passaggio ma anche come spazio di aggregazione e controllo delle risorse idriche in un paesaggio altrimenti estremamente rigido.
Dopo la conquista romana della regione nel 106 d.C., l’area del Wadi Rum cadde progressivamente sotto l’influenza dell’Impero Romano e delle successive potenze che dominarono la Giordania, come i Bizantini e gli Abbasidi, fino alla conquista ottomana nel XVI secolo. In questi lunghi secoli, la regione continuò ad essere frequentata da gruppi nomadi e tribali, in particolare popolazioni beduine che intrecciarono la loro esistenza con le risorse naturali del deserto, sviluppando un sapere locale indispensabile per la sopravvivenza in ambienti estremi.

Il legame del Wadi Rum con la storia moderna e internazionale si consolidò durante la Rivolta Araba durante la Prima Guerra Mondiale. Tra il 1917 e il 1918 uno degli episodi più noti della rivolta contro l’Impero Ottomano si svolse in questa regione: le forze arabe, guidate dal principe Faisal bin Hussein e sostenute da figure come il capitano britannico T. E. Lawrence, sfruttarono la conoscenza del territorio per condurre operazioni di guerriglia e logisticamente isolare le guarnigioni ottomane. Il giovane Lawrence costruì relazioni con le tribù beduine locali, fatto che non solo contribuì al successo di alcune azioni militari, come la battaglia per la conquista di Aqaba, ma consolidò anche nella memoria occidentale l’immagine del deserto come teatro epico di avventure e strategie.
Nel XX secolo, soprattutto dopo l’indipendenza della Giordania nel 1946, il Wadi Rum è stato progressivamente valorizzato non solo per la sua importanza storica, ma anche per il suo valore paesaggistico e culturale. Nel 1998 l’area fu istituita come riserva naturale, e nel 2011 è stata inserita nella lista dell'UNESCO World Heritage Site, riconoscendo l’integrazione straordinaria tra patrimonio naturale e archeologico.
Oggi il deserto conserva un dialogo vivo con le memorie antiche e moderne, visibile nei petroglifi, nei resti archeologici e nelle tracce delle rotte storiche, continuando a essere abitato e raccontato dai Beduini la cui storia si intreccia da millenni con quella del paesaggio stesso.
La visita al Wadi Rum
Durante la mia breve visita in Giordania ho noleggiato un'automobile per andare dall'aeroporto di Amman a Petra e da Petra al Wadi Rum (con una sosta balneare ad Aqaba lungo il tragitto).
Il tragitto da Wadi Musa fino al Wadi Rum richiede circa 2 ore di guida teoriche, ma suggerisco di computarne di più; al netto della sosta di mezza giornata ad Aqaba per tuffarmi nel Mar Rosso (che ho apprezzato dopo le fatiche a Petra del giorno precedente, ma che è di per sé sacrificabile, perché ritengo che Aqaba non sia il modo migliore per conoscere il Mar Rosso) il tragitto da Wadi Musa al Wadi Rum è suggestivo e impone, secondo me, più di una sosta; in particolare, oltre alle frequenti suggestioni mediorientali dovute alla diffusa presenza di dromedari lungo la superstrada (dromedari che, tra l'altro, girano liberamente anche sulla carreggiata imponendo doppia attenzione alla guida), a circa 3/4 del percorso ho incontraro il tratto di ferrovia lungo il quale è stato girato Lawrence d'Arabia (uno dei miei film preferiti di sempre), constatando che il treno della famosa scena dell'assalto alla ferrovia si trova ancora sul luogo! Quando ho lasciato la superstrada svoltando per il Wadi Rum e dopo pochi minuti, al di là del rilevato ferroviario che scorreva lungo la strada, ho visto sventolare una bandiera turca, dopo qualche attimo di smarrimento ho avuto un sussulto e, riconosciuta l'iconica locomotiva con i vagoni delle truppe, non ho potuto fare altro che fermarmi a scattare decine di foto, rallentando di molto il mio tragitto. Ma se anche non siete appassionati di cinema, suggerisco di pianificare almeno un'ora in più per il tragitto, perché sarà naturale fermarsi frequentemente per ammirare il paesaggio.
Il tempo minimo da dedicare alla visita al Wadi Rum è di due giorni: mezza giornata di viaggio di andata, una giornata intera da dedicare all'escursione nel deserto con il pick up, mezza giornata per il viaggio di ritorno (i tempi possono essere più o meno lunghi a seconda che la destinazione successiva sia Petra, o Amman o Jerash o Madaba ...). In retrospettiva rimpiango di aver dedicato solo un giorno pieno e avrei preferito dedicarne almeno due, perché come dirò più nel dettaglio in seguito, il Wadi Rum è talmente spettacolare che al fine dell'unica giornata che vi ho dedicato, non ero affatto appagato.
Quando l'ho visitato io, a fine aprile, la temperatura era leggermente sotto ai 30 gradi, con un clima molto secco e gradevole; essendo sempre protetti dalla tettoia del pick up, non ritengo strettamente indispensabile l'uso di creme solari, mentre raccomando vivamente l'uso di occhiali da sole, non solo per la luce intensa ma anche per proteggersi, nei limiti del possibile, dalla sabbia; per i fotografi, la sabbia rappresenta un problema significativo, per cui raccomando di munirsi di pompette e fazzoletti per pulire adeguatamente l'attrezzatura.
Per un blogger per non perde occasione per scagliare invettive contro influencer di Instagram e turismo di massa, la scelta più coerente per il soggiorno non poteva che essere un campo di bubble tent... e precisamente l'Hasan Zawaideh Camp. Il campo organizza, come suppongo tutti i campi del Wadi Rum, tutto il tipico repertorio circense di intrattenimento per turisti: la cottura della carne in una fossa del terreno secondo l'usanza beduina, l'escursione all'alba sui dromedari (insisto, per la miseria, sono dromedari, non cammelli), la visita al deserto con pick up, l'osservazione notturna del cielo stellato con telescopi; commento di seguito nel dettaglio tutti i servizi.
Il campo. Il campo attrezzato è in effetti un baraccone consumistico a servizio degli occidentali che ha poco o nulla a che vedere con le tradizioni beduine, ma... per due notti di sonno con vista sul deserto con il cielo stellato, mettendo a tacere il miei moti interni di ribellione direi che l'ho molto apprezzato. Per chi visita la prima volta il Wadi Rum e non sia un integerrimo viaggiatore devoto in modo intransigente alla sofferenza, al sacrificio e alla purezza estetica, lo suggerisco pienamente, almeno per un paio di notti. Lo spettacolo di preparazione della carne nella fossa ipogea è un numero da circo di cui avrei fatto volentieri a meno, anche perché non aggiunge nulla al gusto della carne e dà semplicemente la sensazione di essere trattato come un cretino a cui spulciare ogni euro possibile. La qualità del cibo è discreta ma non eccezionale, mentre trovo uno scherzo di pessimo gusto servire una birra analcolica al melograno spacciandola per birra. Ma passeggiare di notte sotto al cielo stellato tra le bubble tent, o ammirare il deserto dal proprio letto, non c'è niente da fare, è suggestivo. Se dovessi tornare nel Wadi Rum, cosa che non escludo di fare, molto probabilmente sceglierò qualche alternativa più autentica e meno turistica, ma per una volta nella vita è un'esperienza che, con onesta intellettuale, non mi sento di sconsigliare.
L'osservazione stellare. Oltre che appasionato di fotografia sono anche un moderato curioso di astronomia, anche se è una materia che non ho mai trovato il tempo di approfondire come meriterebbe. Il Wadi Rum inoltre ha la reputazione di essere una delle migliori località al mondo per la fotografia stellare. Tra le aspettative cocenti che coltivavo prima di raggiungere il Wadi Rum, quindi, oltre alla possibilità di fare qualche foto notturna dei paesaggi, c'era la prospettiva di assistere a qualche nottata spettacolare di cielo stellato come difficilmente si può contemplare in occidente, dove prevale l'inquinamento luminoso; quando poi durante la cena della prima serata sono stato avvicinato da un addetto del campo che mi ha chiesto se fossi interessato a partecipare a una serata di osservazione del cielo con telescopi astronomici ho dovuto trattenermi dal consegnare la mia carta di credito. Lo spettacolo è durato un'ora ed è stato tenuto da un astronomo giordano che parlava un inglese impeccabile e si prodigava con abilità da consumato intrattenitore per giustificare il prezzo di una serata che è stato un sonoro bidone; non solo la sabbia in sospensione rendeva sostanzialmente imperscrutabile il cielo, ma i 4 telescopi a disposizione del pubblico (alcuni più potenti altri meno) non modificano in modo sostanziale la visione a occhio nudo. Uno di questi era puntato su Arturo (se non ricordo male le altre erano Sirio e Alfa Centauri, non ha caso 3 delle stelle più luminose del cielo notturno osservabile) che risultava una capocchia di spillo di meno di un millimetro sia a occhio nudo che attraverso il telescopio. Per il resto il nostro ospite si è dedicato a fornire qualche nozione elementare di astronomia (in generale, niente che non sapessi già) e considerato che per un'ora di lavoro, avrà raccolto circa un migliaio di euro, ho concluso che si era trattato di un'ottima iniziativa commerciale per il campo, ma di un'ora sprecata per gli ospiti che si erano lasciati affascinare dalla proposta. Quanto alla fotografia stellare o alla semplice contemplazione di spettacolari cieli stellati, va da sé che la sabbia ha frustrato ogni aspettativa, anche se, stando a ciò che ci hanno detto i locali, abbiamo avuto sfortuna visitando il Wadi Rum in giornate meteorologicamente sfavorevoli.
L'escursione all'alba sui dromedari (dromedari, non cammelli...). Qui vale un po' quello che ho già detto in generale sulle bubble tent. L'escursione sui dromedari è una cosa vergognosamente turistica e commerciale, ma una volta nella vita sono contento di averla fatta. Premetto che in questo specifico caso non penso che si tratti di sfruttamento degli animali; il rapporto tra beduini e dromedari è un rapporto secolare e intenso; da quello che ho visto i dromedari sono trattati dai beduini forse in modo un po' rude, ma sono comunque curati e trattati con il rispetto che la cultura beduina riserva a questi animali; provare in prima persona, anche solo per 20 minuti, l'esperienza di transitare sulla sabbia del deserto in groppa a un dromedario ha soddisfatto una mia curiosità innocua; la vista del sorgere del sole da un punto relativamente isolato del deserto avendo nel campo visivo solo il paesaggio spettacolare del Wadi Rum e i dromedari accovacciati sulla sabbia è una mia memoria indelebile.
Come funziona in pratica: si concorda un appuntamento alle 5.30 del mattino; per tale ora voi sarete puntualmente al rendez vous e il beduino che vi dovrà accompagnare sarà puntualmente assente (sono dei mirabili cazzoni, non c'è verso che possano ricordarsi di un appuntamento, tantomeno onorarlo; il concetto di puntualità è interpretato in modo fluido); dopo 10 minuti di attesa andrete a svegliare il responsabile del campo, che con gli occhi assonnati andrà a svegliare il cammelliere che si precipiterà dal letto a prelevare 3 cammelli per portarli al punto di incontro con 20 minuti di ritardo rispetto all'orario concordato; il tragitto dura 20 minuti, giusto il necessario per allontanarsi un po' dal campo e raggiungere un punto che appaia ragionevolmente isolato; a quel punto si trascorre una mezzoretta a osservare il sole sorgere mentre alle vostre spalle il cammelliere, finalmente libero di dedicarsi alla propria igiene dopo il brusco risveglio, minge inginocchiato sulla sabbia secondo l'usanza beduina, arricchendo l'esperienza sensoriale con il suo idrico scrosciare. Sorto il sole si ritorna al campo nell'arco di un'ora.

L'escursione nel deserto. Veniamo ora al piatto forte, la vera ragione della permanenza al campo, ovvero la visita al deserto con il pick up. Si parte spesso di buon mattino, quando l’aria è ancora fresca e il deserto non ha assunto quella durezza luminosa che lo renderà, più tardi, più ostile. Il pick-up avanza rapidamente lungo i wadi, anzi sfreccia, scivolando su sabbie compatte e tratti rocciosi, seguendo percorsi chiaramente tracciati da altri pneumatici. La sensazione dominante è fatta di sobbalzi, ruggio del motore, rumori meccanici e cigolii.
Man mano che ci si addentra, le pareti di arenaria si avvicinano e cominciano rapidamente ad aprirsi davanti agli occhi spazi vasti di spettacolarità teatrale. Ogni sosta è un cambio di scala. Nei siti archeologici, dove si sosta per osservare le incisioni rupestri, i graffiti, le antiche iscrizioni, si trovano spesso beduini che oziano in piccoli gruppi ricordando che queste sono comunità che hanno abitato e attraversato questo spazio per millenni.
Il passaggio nei luoghi legati a Lawrence d'Arabia introduce un livello diverso di memoria. Non tanto per l’eco letteraria o cinematografica, quanto per la percezione concreta di quanto questi luoghi abbiano avuto un ruolo importante nella storia di diverse epoche. Le alture da cui si domina l’orizzonte, le gole che proteggono e nascondono, rendono immediatamente comprensibile perché questo paesaggio sia stato vissuto non come vuoto, ma come spazio operativo; con il consueto approccio marcatamente commerciale, i turisti vengono portati a visitare la caverna di Lawrence, il tavolo da pranzo di Lawrence, la capanna di Lawrence, lo spazzolino da denti di Lawrence... tuttavia, interrogati sull'argomento, i beduini dimostrano di non sapere nulla sull'argomento, né tantomeno conoscono il famoso film.
Durante la giornata, la luce cambia in modo continuo e significativo. Le dune, apparentemente immobili, modificano colore con una gradualità quasi impercettibile: il rosso intenso del mattino vira verso l’arancio, poi si attenua in tonalità più chiare, fino a sfumature rosate e violacee nel tardo pomeriggio. Le luci alternano durezza e morbidezza a seconda di come, percorrendo le vie e i canyon la posizione relativa del sole cambia rispetto all'osservatore ma anche al paesaggio. Anche le montagne sembrano mutare carattere: compatte e severe nelle ore centrali, più morbide e stratificate quando il sole si abbassa e le ombre iniziano a incidere le superfici. Dal cassone del pick-up, o durante una breve camminata su un punto panoramico, si ha la netta impressione che il paesaggio non sia mai identico a se stesso, pur restando sempre riconoscibile. Ciò che è invariata è la spettacolarità e la monumentalità, delle montagne, dei canyon, delle dune. Inevitabilmente il paesaggio è inquinato, soprattutto in corrispondenza degli spettacolari trafori, dalle consuete esibizioni di rincoglionimento collettivo, rappresentate nella fattispecie da influencer vestite, in modo del tutto inadeguato, in abiti di lusso, che ammorbano i luoghi più suggestivi per decine di minuti per fare dei veri e proprio servizi fotografici del tutto irrilevanti.
Quando si rientra al campo o al villaggio, con la luce ormai inclinata e l’aria di nuovo più fresca gli occhi non sono ancora sazi di tanta magnificenza.
































































































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