Roma, la chiesa di Sant'Ignazio, Andrea Pozzo e l'apocalisse social
- The Introvert Traveler
- 22 ore fa
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Ultima visita: novembre 2024
Mio giudizio: 7/10
Durata della visita: 30 minuti
L'Italia, in generale, e Roma, in particolare, sono talmente piene di straordinarie opere d'arte che è fin troppo facile soffermarsi solo sui vertici e sottovalutare le arte opere eccezionali che, se si trovassero altrove, godrebbero di una notorietà ben superiore.
E' il caso della chiesa di Sant'Ignazio di Loyola a Roma che, per i motivi che dirò appresso è una perfetta sintesi del sublime e dell'orrido che a me piace trattare su questo blog.
La Chiesa di Sant'Ignazio di Loyola si trova nel cuore del centro storico di Roma, a pochi passi dal Pantheon, affacciata sull’omonima piazza settecentesca. Fu edificata tra il 1626 e il 1650 come chiesa del Collegio Romano dei Gesuiti, per celebrare la canonizzazione di Ignazio di Loyola (1622) e affermare il ruolo intellettuale e spirituale della Compagnia di Gesù nella Roma della Controriforma. Il progetto architettonico è dovuto a Orazio Grassi. La chiesa si colloca pienamente nel linguaggio del Barocco romano maturo, con una sintesi esemplare di architettura, pittura e retorica visiva al servizio della pedagogia gesuitica.
L'affresco della volta di Andrea Pozzo a sant'ignazio a roma
La chiesa di Sant'Ignazio in sé non avrebbe elementi particolari per distinguersi tra gli innumerevoli, magnifici monumenti romani; non vorrei eccedere nel mio giudizio, perché non ho le adeguate competenze in architettura barocca, ma per un osservatore medio come me sarebbe semplicemente una delle molte, bellissime, architetture barocche di Roma, se non fosse per un elemento fondamentale: l'affresco della volta realizzato da Andrea Pozzo tra il 1685 e il 1694; questo rappresenta uno dei vertici assoluti della pittura barocca europea e, più precisamente, uno dei momenti più alti e complessi della storia della quadratura e del trompe-l’œil architettonico. Non si tratta semplicemente di una decorazione spettacolare, né di un esercizio virtuosistico fine a sé stesso, ma di un’opera concettualmente sofisticata, fondata su una comprensione profonda della geometria prospettica, della percezione visiva e del rapporto tra spazio reale e spazio dipinto.
La commissione nasce all’interno del contesto culturale e ideologico della Compagnia di Gesù, nel pieno della sua maturità istituzionale. Dopo la canonizzazione di Ignazio di Loyola nel 1622, la chiesa a lui dedicata, costruita come parte integrante del Collegio Romano, doveva diventare un manifesto visivo del ruolo dei Gesuiti nella Chiesa post-tridentina: un ordine colto, scientificamente aggiornato, capace di usare le arti come strumenti di persuasione, di insegnamento e di elevazione spirituale. La scelta di Andrea Pozzo – gesuita egli stesso, pittore ma anche teorico della prospettiva e dell’architettura – risponde perfettamente a questa esigenza: non un semplice decoratore, ma un intellettuale in grado di tradurre in immagini una visione teologica e pedagogica coerente.
Il soggetto dell’affresco è la Gloria di Sant’Ignazio e l’apoteosi della Compagnia di Gesù, articolata in una complessa scena ascensionale. Al centro, Ignazio è accolto nella gloria celeste, mentre attorno a lui si dispiega una vertiginosa architettura dipinta che si apre verso il cielo, popolata da figure allegoriche, santi, angeli e personificazioni dei quattro continenti allora conosciuti. Il messaggio è chiaro e potentissimo: la missione gesuitica è universale, guidata dalla luce divina, proiettata oltre i confini dell’Europa e della storia. E se lo dicono i gesuiti stessi... Ma ciò che rende quest’opera davvero eccezionale non è tanto il programma iconografico, quanto il modo in cui esso viene incarnato nello spazio.
La chiesa di Sant’Ignazio presenta un problema architettonico tutt’altro che secondario: la volta della navata è una volta a botte lunettata, quindi una superficie strutturalmente curva e interrotta da lunette, che rende estremamente difficile l’applicazione di una prospettiva architettonica coerente. In una prospettiva tradizionale, le linee verticali convergono verso un punto di fuga, ma anche le linee orizzontali, se correttamente impostate, tendono a fuggire lateralmente. Su una superficie curva, tuttavia, una linea retta dipinta appare inevitabilmente curva se osservata da un punto non perfettamente ortogonale. Pozzo si confronta quindi con una difficoltà tecnica che potremmo definire strutturale: come simulare un’architettura rigorosamente rettilinea su una superficie che, per sua natura, distorce ogni rettilineità?
La soluzione adottata è di una raffinatezza quasi disarmante. Pozzo comprende che, in una volta a botte, le linee longitudinali, cioè quelle parallele all’asse principale della volta, non subiscono deformazioni percettive significative da nessun punto di osservazione. Sfruttando questa proprietà geometrica, egli costruisce l’intero sistema architettonico dipinto disponendo tutte le trabeazioni, le cornici e gli elementi orizzontali come linee perfettamente parallele all’asse della volta. Queste linee, pur essendo in realtà curve sulla superficie pittorica, vengono percepite dall’osservatore come perfettamente dritte. Al contrario, le linee che sarebbero risultate problematiche vengono calibrate e deformate intenzionalmente, affinché l’occhio le ricomponga come rette quando si trova nel punto di vista corretto.
Il virtuosismo non si ferma qui. Pozzo organizza lo spazio dipinto in tre livelli architettonici distinti, ciascuno caratterizzato da una diversa intensità luminosa. Questa graduazione della luce non è un semplice espediente pittorico, ma un vero strumento di costruzione spaziale: il livello inferiore appare più solido e vicino, quello intermedio introduce una progressione ascensionale, mentre il livello superiore dissolve progressivamente la materia architettonica nella luce e nel cielo aperto. L’effetto è quello di una dilatazione dello spazio reale, che sembra letteralmente sfondare la volta e proseguire oltre i limiti fisici dell’edificio.
Uno degli aspetti più sorprendenti dell’opera riguarda il trattamento delle lunette, ovvero quelle porzioni della volta che, in corrispondenza delle finestre, diventano localmente piane. Dal punto di vista geometrico, queste superfici planari avrebbero inevitabilmente “tradito” l’illusione prospettica, interrompendo la continuità dello spazio dipinto. Pozzo risolve il problema con un ulteriore colpo di genio: dissimula la planarità delle lunette dipingendo su di esse la prosecuzione dell’architettura illusionistica, come se anche quelle superfici partecipassero alla stessa curvatura della volta. In questo modo, ciò che è strutturalmente un’interruzione diventa visivamente invisibile.
La scelta del trompe-l’œil non è dunque una semplice esibizione di abilità, ma una decisione profondamente coerente con la teologia gesuitica. L’illusione non è inganno fine a sé stesso, bensì strumento di verità: attraverso l’illusione sensibile, l’osservatore viene guidato verso una realtà superiore, immateriale, spirituale. Non a caso Pozzo colloca nella chiesa dei punti di osservazione segnati a terra, dai quali l’illusione prospettica si ricompone in modo perfetto. L’opera richiede quindi un atto consapevole da parte del fedele: bisogna porsi nel punto giusto, assumere la posizione corretta, per vedere la verità dell’immagine. È una metafora visiva potentissima del cammino spirituale proposto dai Gesuiti.
Dal punto di vista stilistico, l’affresco di Sant’Ignazio rappresenta una sintesi altissima tra pittura, architettura e scienza della visione. La figura umana, dinamica e teatrale, si integra perfettamente con l’architettura dipinta, senza mai risultare accessoria. La pennellata è controllata, funzionale alla costruzione dello spazio, mentre il colore è subordinato alla luce e alla leggibilità prospettica. Nulla è lasciato al caso: ogni deformazione è calcolata, ogni apparente “errore” è in realtà una correzione ottica.
Per tutte queste ragioni, la volta di Sant’Ignazio non ha veri equivalenti nel panorama europeo. Non è solo una delle massime realizzazioni del Barocco romano, ma un’opera che spinge al limite le possibilità stesse della rappresentazione prospettica su superfici curve. In essa convergono sapere matematico, abilità pittorica, intelligenza architettonica e ambizione teologica. È un’opera che non si limita a stupire: costringe a pensare, a interrogarsi su come vediamo, su come lo spazio viene costruito dall’occhio e dalla mente. Ed è proprio questa densità concettuale, unita a un controllo tecnico assoluto, a rendere l’affresco di Andrea Pozzo a Sant’Ignazio una delle imprese artistiche più radicali e “impossibili” mai realizzate a Roma.
Da un punto di vista stilistico, personalmente, non sono un grande estimatore di Andrea Pozzo, né in generale della pittura barocca romana; si tratta di uno stile di bella pittura estetizzante e un po' leziosa che non tocca particolarmente le mie corde e non mi emoziona; né tendo a sopravvalutare i virtuosismi tecnici gratuiti: l'affresco della Cappella Sistina, ad esempio, è un capolavoro non perché è stupefacente che un uomo, sostanzialmente da solo, abbia realizzato un'opera di tale difficoltà tecnica, ma per le magnifiche invenzioni della scena della creazione, per l'eleganza del gesto e la ricchezza dei colori della Sibilla Libica, per l'importanza che gli ignudi hanno avuto nella storia dell'arte ecc. ecc. (un affresco, poi, è un prodigio virtuosistico in quanto tale, ma di questo ho già parlato in un altro post). L'affresco di Andrea Pozzo da un punto di vista artistico mi suscita reazioni piuttosto fredde, ma questo perché, come ho premesso, Roma presenta a chi la visita una tale profusione di ingegno e bellezza che si incorre facilmente nel bias cognitivo di sottovalutare opere straordinarie; e Sant'Ignazio, con la sua volta affrescata, sono opere sublimi che quanto meno devono indurre l'osservatore a soffermarvisi a lungo, stimolandone l'intelletto.
Fine della prima parte e intermezzo iconografico.






Seconda parte e discesa agli inferi.
Se con le invenzioni di Andrea Pozzo vi ho elevati alle vette più alte dell'ingegno e dell'intelletto, ci pensa la stessa Sant'Ignazio a precipitarvi negli abissi dell'orrore.
Appena varcate la soglia della chiesa, infatti, subito si viene assaliti da un'incongrua sensazione di disagio; l'ingresso alla chiesa, infatti, è libero, non c'è biglietteria né controlli di sicurezza, ma appena entrati ci si imbatte in una lunga coda di persone in attesa; la sensazione incongrua nasce dal fatto che la fila si trova dentro alla chiesa e non fuori, come verrebbe naturale attendersi; dopo qualche istante di esitazione, viene da chiedersi perché tutte queste persone siano in fila dentro alla chiesa fino a quando l'occhio, seguendo la fila fino al suo capo, non scorge un grande specchio obliquo posto nel mezzo della chiesa stessa. Un grande specchio per selfie. Dentro a una chiesa. Per dei selfie. Ebbene, l'affresco di Andrea Pozzo, che è stato noto prevalentemente ai cultori dell'arte fino a pochi anni fa, sta diventando oggetto di crescente notorietà grazie, o a causa di Instagram e decine di persone accorrono e si mettono in fila per mettersi in posa di fronte a questo grande specchio con il grande affresco alle loro spalle. Ora, io non sono credente, anzi sono ateo; invecchiando sto diventando più tollerante, ma nel corso della mia vita non ho risparmiato giudizi taglienti al culto cattolico; ma credo che ogni luogo meriti il rispetto che gli è proprio; un luogo di culto in quanto tale anche se è un culto che non mi appartiene, un ateneo come luogo in cui si coltiva il pensiero, un teatro come luogo in cui si esegue la musica ecc. Lo spettacolo di queste persone in fila per il consumo egoistico di questo spazio invece è così sciatto, sconcio, irriguardoso verso il luogo; se tutti si mettessero a ruttare all'unisono, come in un gutturale canto gregoriano, sarebbe meno osceno. Il fatto che una chiesa (per di più gesuita!) venga meno alla propria funzione principale e allestisca un apparato dedicato a quel vacuo, effimero, insipiente, vanitoso, morboso esibizionismo che è il selfie per i social network è una cosa che mi lascia esterrefatto; come se l'orrido si fosse spalancato proprio qui, a due passi dal Pantheon, vomitando fuori demoni deformi e urlanti e accogliendo una danza macabra di zombie che vi si precipitano mentre vengono sostituiti nel mondo terreno da altrettanti satanassi. Entrano a Sant’Ignazio in processione, con aria inespressiva e ne escono identici a come sono entrati: solo con un selfie in più e la batteria del telefono in meno. Non guardano la chiesa, non ce n'è uno che, nei minuti di attesa per giungere allo specchio, sollevi lo sguardo anche solo per guardare distrattamente l'oggetto che è venuto a fotografare; la chiesa non la guardano la usano per il breve istante necessario allo scatto. È un luogo sacro ridotto a sfondo, un dispositivo ottico, una stampante di contenuti per l’algoritmo. Il barocco? Un filtro. Andrea Pozzo? Un pretesto. Dio? Se c’è campo, forse.
E poi c'è un ulteriore paradosso; come ho detto, non alzano lo sguardo. Guardano lo schermo che guarda il soffitto, non il soffitto. È una mediazione continua, ossessiva, patologica. Se Pozzo ha costruito una macchina ottica per educare lo sguardo, loro l’hanno smontata per usarla come specchio narcisistico in un ineluttabile, irreversibile, tragico rito pagano di rincoglionimento collettivo.
E così il sublime e l'orrido si incontano qui, a Roma, nel centro di Sant'Ignazio.









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