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Il tempio di Abu Simbel: monumentalita' e stupore

  • Immagine del redattore: The Introvert Traveler
    The Introvert Traveler
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 17 min
Abu Simbel

Ultima visita: Agosto 2025

Mio giudizio: UN GROSSO WOW

Durata della visita: da 10 minuti a un'ora


Quando, dopo un’intera notte trascorsa ad attraversare il deserto nubiano, superato il parcheggio di ingresso e percorso un vialetto anonimo di poche centinaia di metri, la spianata di Abu Simbel comincia lentamente a rivelarsi, il cuore accelera già al pensiero di ciò che sta per apparire; ma è nel momento esatto in cui lo sguardo supera l’ultima curva del pendio artificiale che il respiro si interrompe. Davanti non c’è semplicemente un tempio, né un monumento nel senso consueto del termine, ma una millenaria dichiarazione di potere scolpita nella roccia viva, una facciata che non “sta” nel paesaggio bensì lo domina, lo ordina, lo piega alla volontà di chi l’ha concepita. Le quattro colossali statue sedute di Ramses II, alte oltre venti metri, non accolgono il visitatore: lo sovrastano, lo misurano, lo ridimensionano. In quel silenzio irreale, rotto solo dal vento e dal rumore ovattato dei passi sulla sabbia, diventa immediatamente chiaro che Abu Simbel non è stato costruito per essere ammirato, ma per essere temuto, compreso, interiorizzato. È un’architettura che parla il linguaggio della teologia e della geopolitica insieme, un manifesto di pietra pensato per durare in eterno e per essere letto — ieri come oggi — da chiunque osasse attraversare questo remoto confine meridionale dell’Egitto faraonico.


Abu Simbel

Ramses II

Per parlare di Abu Simbel occorre inannzitutto raccontare chi è il sovrano a cui il tempio è dedicato.

Ramses II è una figura che domina la storia dell’Egitto faraonico, non solo per la durata eccezionale del suo regno, ma per la capacità — rarissima — di trasformare il potere politico in una costruzione ideologica coerente, duratura e perfettamente riconoscibile.

Salì al trono intorno al 1279 a.C. (siamo quindi 1700 anni dopo Narmer e la prima dinastia e circa 900 anni prima della dinastia tolemaica che pose fine all'era dei faraoni; appena 40 anni ci separano dalla morte di Tutankhamon), nel pieno del Nuovo Regno, come terzo sovrano della XIX dinastia, ereditando da suo padre Seti I un Egitto stabile, militarmente efficiente e ben amministrato. Ma ciò che Ramses II fece di questa eredità non ha paragoni: governò per circa 66–67 anni, un arco temporale sufficiente non solo a esercitare il potere, ma a riscriverne le regole, a monumentalizzarlo e a fissarlo nella memoria collettiva per oltre tre millenni.

Dal punto di vista politico e militare, Ramses II fu innanzitutto un sovrano di frontiera. Il suo regno si colloca in una fase in cui l’Egitto non è più l’unica grande potenza del Vicino Oriente: a nord-est deve confrontarsi con l’impero ittita, mentre a sud controlla — e insieme teme — la Nubia, ricca di oro, di manodopera e di risorse strategiche. La celebre battaglia di Qadeš contro gli Ittiti, combattuta nel quinto anno di regno, non fu probabilmente la schiacciante vittoria che la propaganda ramesside ci ha tramandato (Ramses e il suo , ma rappresentò comunque un punto di svolta: da essa nacque il primo trattato di pace internazionale conosciuto nella storia, un accordo che sancì un equilibrio duraturo tra le due potenze. Ramses II comprese che la stabilità poteva essere un’arma potente quanto la guerra, e costruì la propria immagine anche come garante dell’ordine cosmico e politico. Suggerisco di leggere L'Antico Egitto di Toby Wilkinson (probabilmente molti altri libri tratteranno l'argomento, ma io ho letto questo) dove si racconta l'abilità, estremamente attuale, con cui Ramses riuscì a trasformare una sostanziale sconfitta militare in una trionfale narrazione propagandistica e ideologica funzionale al culto religioso del sovrano; leggendola viene da chiedersi cosa avrebbe potuto fare Ramses se avesse potuto disporre dei social network.

Ma è soprattutto come sovrano-costruttore che Ramses II ha inciso in modo indelebile nel paesaggio egiziano. Nessun faraone, prima o dopo di lui, ha disseminato il territorio di templi, statue colossali, stele, rilievi e iscrizioni con una tale sistematicità. Da Karnak ad Abydos, da Luxor al Delta orientale, fino ai confini nubiani, il suo nome e la sua immagine diventano onnipresenti. Non si tratta solo di vanità personale: l’architettura ramesside è uno strumento di controllo simbolico del territorio, un mezzo per rendere visibile e tangibile la presenza del faraone anche nei luoghi più remoti. In questo senso, Abu Simbel rappresenta l’espressione più estrema e consapevole di questa politica monumentale.

Sul piano ideologico e religioso, Ramses II si pone come un sovrano-divinità già in vita. Non si limita a essere “amato dagli dèi”, come molti suoi predecessori, ma si presenta come loro pari, soprattutto in contesti periferici e di confine. L’identificazione con Ra-Horakhty, Amon e Ptah non è solo rituale: è un messaggio rivolto tanto ai sudditi egiziani quanto ai popoli sottomessi. Ramses è colui che garantisce la maat, l’ordine universale, contro il caos, e che per questo merita culto, obbedienza e memoria eterna.

Alla sua morte, Ramses II lasciò un Egitto ancora potente e stabile, ma anche un modello di regalità quasi irraggiungibile. I suoi successori vissero all’ombra di una figura divenuta leggendaria già nell’antichità, al punto che per secoli il nome “Ramses” fu sinonimo stesso di faraone. Abu Simbel, più di ogni altro monumento, è il luogo in cui questa ambizione di eternità ha trovato la sua forma più pura e radicale: non un semplice tempio, ma il ritratto definitivo di un uomo che volle trasformare il tempo, la pietra e il paesaggio in strumenti della propria immortalità.


Abu Simbel

Il momento storico della costruzione di Abu Simbel

La decisione di costruire Abu Simbel si colloca in una fase ben precisa del regno di Ramses II, quando il potere del sovrano non era più in fase di consolidamento, ma aveva ormai raggiunto una piena maturità politica e ideologica. Gli studi epigrafici e stilistici indicano che l’avvio dei lavori risale ai primi anni del regno, probabilmente intorno al quinto anno, immediatamente dopo la campagna siriaca e la battaglia di Qadeš contro gli Ittiti. È un momento cruciale: Ramses ha appena sperimentato i limiti dell’espansione militare verso nord e inizia a riorientare la propria strategia imperiale, puntando sulla stabilizzazione dei confini e sulla costruzione di un’immagine regale destinata a durare nel tempo più che a conquistare nuovi territori.

Come detto, tra i principali avversari del regno, oltre agli Ittiti a nord, c'erano i nubiani a Sud, ma mentre i primi avevano appena dimostrato la propria temibilità, i secondi, a dispetto di periodici tentativi infruttuosi di sottrarsi al controllo egiziano, erano da millenni sotto il sostanziale giogo dei faraoni, anche perché proprio in Nubia l'Egitto trovava la propria inesaruibile e fondamentale riserva di oro.

In questo contesto, la Nubia assume un ruolo centrale. Mentre il fronte settentrionale rimane politicamente complesso e instabile, il confine meridionale offre a Ramses l’opportunità di affermare un dominio più netto e meno contestato. La scelta di avviare un progetto monumentale come Abu Simbel proprio in questa fase indica una chiara volontà di trasformare l’esperienza militare in legittimazione simbolica: non una risposta contingente a una minaccia immediata, ma una strategia di lungo periodo. Il tempio viene dunque concepito quando Ramses II ha già piena coscienza del proprio ruolo storico e inizia a costruire deliberatamente la propria immagine propagandistica di sovrano eterno, destinata a sopravvivere agli eventi bellici e alle contingenze politiche. Abu Simbel nasce così come opera della maturità, non dell’ambizione giovanile: un progetto pensato per fissare nella pietra una regalità ormai compiuta e consapevole di sé.


Abu Simbel

La posizione e la funzione di Abu Simbel

Abu Simbel fu costruito per una ragione che va ben oltre la devozione religiosa o la celebrazione dinastica: esso nasce come strumento di controllo politico, militare e simbolico di una regione cruciale dell’impero egiziano. Il sito si trova nel cuore della Nubia, a centinaia di chilometri a sud di Tebe, l'antica capitale, in una zona che al tempo di Ramses II rappresentava il vero confine meridionale dell’Egitto faraonico. Non era un luogo periferico nel senso moderno del termine, ma un punto strategico di transito lungo il Nilo, una soglia geopolitica attraverso la quale passavano commerci, tributi, spedizioni militari e, soprattutto, potenziali minacce. Costruire qui un complesso monumentale di proporzioni inaudite significava affermare in modo inequivocabile che l’autorità del faraone non si attenuava con la distanza dal cuore del regno, ma anzi si rafforzava proprio ai margini.

Il Grande Tempio di Abu Simbel fu concepito come un manifesto scolpito nella roccia, rivolto principalmente ai popoli nubiani sottomessi o appena integrati nell’orbita egiziana. Le quattro statue colossali di Ramses II seduto sul trono, identiche, frontali e implacabili, non sono pensate per un pubblico interno egiziano, che già conosceva e venerava il sovrano, ma per chi arrivava da sud, risalendo il Nilo. Il messaggio è immediato e brutale nella sua chiarezza: questa terra è sotto la protezione — e il dominio — di un faraone che è al tempo stesso re e dio. Non a caso, all’interno del tempio Ramses è rappresentato come oggetto di culto accanto alle principali divinità del pantheon statale, in una forma di auto-divinizzazione che trova proprio nelle regioni di confine il suo terreno più esplicito.

Abu Simbel è dunque un tempio “di frontiera” nel senso più pieno del termine. Serve a sacralizzare il confine, a trasformare una linea politica instabile in un limite cosmico garantito dalla presenza divina del sovrano. La Nubia non è solo una provincia ricca d’oro e di risorse, ma uno spazio da integrare ideologicamente nell’ordine egiziano. Il tempio agisce come una macchina simbolica: educa, intimorisce, impressiona. La scelta di scolpirlo direttamente nella roccia, anziché costruirlo in blocchi, rafforza l’idea di un potere eterno, radicato nella natura stessa del paesaggio, non trasportabile né effimero.

A questa funzione politica si affianca una raffinata dimensione religiosa e cosmologica. Il celebre allineamento solare che, due volte l’anno, illumina le statue del santuario interno non è un semplice virtuosismo tecnico, ma parte integrante del messaggio del tempio: Ramses è colui che governa in armonia con il cosmo, il sovrano scelto dagli dèi e confermato dal sole stesso. In questo senso Abu Simbel non celebra un evento specifico, ma una condizione permanente: l’ordine del mondo garantito dal faraone.

Costruire Abu Simbel significò dunque fissare nella pietra una verità politica fondamentale del regno ramesside: l’Egitto è grande perché il suo re è onnipresente, invincibile e divino, e nessun confine — geografico o simbolico — può sottrarsi alla sua autorità. È per questo che Abu Simbel non è un tempio come gli altri: è un atto di dominio trasformato in architettura, una dichiarazione di potere pensata per essere letta, temuta e ricordata per l’eternità.


Abu Simbel

Il tempio da un punto di vista architettonico


Dal punto di vista architettonico, Abu Simbel rappresenta uno dei vertici assoluti dell’architettura rupestre del Nuovo Regno. La costruzione del complesso — comprendente il Grande Tempio dedicato a Ramses II e alle grandi divinità di stato, e il cosiddetto Tempio Minore dedicato ad Hathor e a Nefertari — richiese verosimilmente circa vent’anni di lavori, collocabili tra il quinto e il venticinquesimo anno di regno. Non si trattò di una “costruzione” in senso tradizionale, ma di un’opera di sottrazione: l’intero complesso fu scavato direttamente nella falesia di arenaria nubiana che costeggiava il Nilo, un po' come, secoli dopo accadrà ai monumenti di Petra in Giordania. A dirigere i lavori furono funzionari reali e architetti di corte, probabilmente provenienti dall’amministrazione tebana, mentre la manodopera era composta da artigiani altamente specializzati — scalpellini, rilievisti, scribi — affiancati da lavoratori locali nubiani sottoposti al controllo egiziano. L’assenza di blocchi trasportati e assemblati non riduce la complessità dell’opera: al contrario, richiese una pianificazione rigidissima, poiché ogni errore di calcolo o di orientamento sarebbe stato irreversibile.

Il Grande Tempio è strutturato secondo uno schema canonico solo in apparenza. La facciata, dominata da quattro colossi seduti del faraone, sostituisce il tradizionale pilone monumentale dei templi costruiti in muratura. Da qui si accede a una sala ipostila con pilastri raffiguranti Ramses in forma divina nei panni di Osiride, seguita da una sala trasversale e infine dal santuario, dove il sovrano è raffigurato accanto a Ra, Amon e Ptah.

L’asse longitudinale del tempio è calibrato con precisione astronomica: due volte l’anno la luce solare penetra fino al fondo del santuario, attirando centinaia di influencer e instagrammers e illuminando tre delle quattro statue divine, mentre Ptah rimane simbolicamente nell’ombra. Ho letto da qualche parte che ciò sarebbe dovuto al fatto che Ptah era un dio ctonio, vale a dire, sintetizzando all'eccesso, una divinità dell'oltretomba, ma non sono del tutto sicuro di questa interpretazione, che riferisco con qualche esitazione.

Rispetto agli altri grandi templi egizi, come Karnak o Luxor, Abu Simbel si differenzia radicalmente per funzione e linguaggio. Non è un centro cultuale urbano, né un santuario in continua espansione nel corso dei secoli: è un monumento chiuso, unitario, concepito e completato sotto un unico sovrano, senza sostanziali aggiunte successive. Inoltre, mentre i templi tradizionali guidano il fedele in un progressivo avvicinamento al divino, qui il messaggio è immediato e frontale: il dio è già presente, incarnato nel faraone stesso, e si manifesta prima ancora dell’ingresso. In questo senso Abu Simbel non è soltanto un tempio, ma un dispositivo architettonico di propaganda senza precedenti, in cui tecnica, tempo e spazio sono piegati a un unico obiettivo: rendere eterno e incontestabile il potere di Ramses II.


Sul piano figurativo, Abu Simbel è uno dei manifesti più radicali e coerenti dell’arte ufficiale del Nuovo Regno, un sistema iconografico chiuso e perfettamente controllato, in cui ogni immagine è subordinata a un’unica funzione: affermare la sovranità assoluta e sovrumana di Ramses II. La facciata stessa è già un programma figurativo completo. Le quattro statue colossali del faraone, sedute, frontali, rigidamente simmetriche, non introducono una narrazione, ma una condizione permanente: Ramses è immobile perché eterno, identico a sé stesso perché perfetto, moltiplicato perché onnipresente. Non c’è alcuna evoluzione psicologica, nessuna individualizzazione: il volto idealizzato, giovane e imperturbabile, è un archetipo regale, non un ritratto realistico, anche se, se è vero anche solo un quarto di ciò che raccontano le cronache della battaglia di Qadeš, il giovane Ramses II doveva essere ragionevolmente prestante e cazzuto, ma è pur vero che le cronache delle dittature possono raccontare di tutto; si narra ad esempio che Kim Jon Il, la prima volta che giocò a golf, segnò un mirabolante 38 sotto il par con ben 11 hole in one.

All’interno, la decorazione segue una logica altrettanto rigorosa. Nella grande sala ipostila, i pilastri osiriaci raffigurano Ramses in forma divina, fuso con Osiride, dio della morte e della rinascita. Qui il faraone diventa pilastro, sostegno dell’ordine cosmico, elemento architettonico prima ancora che personaggio. Questa fusione tra corpo del sovrano e struttura del tempio è uno degli aspetti più estremi dell’arte ramesside: l’immagine non rappresenta il potere, lo incorpora fisicamente nello spazio.

Nei rilievi parietali, invece, la figurazione si fa narrativa, ma senza mai perdere il suo carattere ideologico. Le scene di battaglia — in particolare quelle legate a Qadeš — mostrano Ramses come eroe solitario, sproporzionato rispetto ai nemici, sempre al centro della composizione, mentre trafigge, travolge, annienta, come Godzilla su una città costiera, come Calvin e Hobbes in un campo di micro pupazzi di neve. Non è una cronaca militare, ma una teologia della vittoria: il faraone combatte da solo perché, in quanto essere divino, non ha bisogno di pari. I nemici sono anonimi, ripetuti, privi di individualità; il faraone è unico, riconoscibile, invariabile, immancabilmente dedito allo sport preferito degli antichi regnanti egizi: affermare il proprio primato fracassando gioiosamente i crani dei nemici sconfitti a colpi di mazzate; a ben vedere, non ci potrebbe essere niente di più lontano dalla sensibilità moderna della antica iconografia egizia, che pure continua ad attirare frotte di turisti muniti di una straordinaria capacità di sospensione del proprio senso critico.

A questo proposito mi permetto una piccola digressione: sarà per il mio passato da bibliotecario, ma una cosa che non tollero è la cattiva informazione, soprattutto quando è ideologicamente orientata (il che in effetti dovrebbe farmi detestare anche il tempio di Abu Simbel, ma questa è un'altra storia) e su questo ho già fatto un post e ne farò altri; recentemente ha (aggiungo giustamente) alimentato qualche polemica la serie di Netflix che ha fatto interpretare Cleopatra da un'attrice nera; molti ciechi sostenitori di questa desolante esibizione di blackwashing (e taccio sulle voci che circolano, secondo le quali sarà la pure ottima Lupita Nyong'o a interpretare Elena di Troia nel prossimo The Odyssey del pur ottimo Christopher Nolan...) hanno affermato che non possiamo sapere che aspetto avessero gli antichi egizi e che le statue giunte fino a noi ben potrebbero rappresentare un soggetto nero; ecco, da questo punto di vista il tempio di Abu Simbel è come una luce che scaccia le tenebre: nei soggetti rappresentati sui suoi muri sono riconoscibilissimi i nubiani, con i tipici tratti somatici delle popolazioni subsahariane e ben distinguibili dagli egizi che, indovinate un po', hanno i tratti somatici degli odierni egizi! Ovviamente Cleopatra era di dinastia tolemaica per cui è ragionevole pensare che avesse i tratti somatici ... 100.000 punti Avios assegnati a chi ha detto "macedoni"!


Abu Simbel

Ma torniamo a noi. Nel santuario finale, infine, la figurazione si concentra in una sintesi teologica potentissima. Ramses siede accanto a Ra, Amon e Ptah come loro pari, non come devoto. Non c’è gesto di sottomissione, né distanza gerarchica: il faraone è ormai pienamente integrato nel pantheon. La scelta di una figurazione sobria, statica, priva di ornamenti superflui, rafforza l’idea di una regalità che ha superato il tempo storico per entrare nella dimensione dell’eterno.

Nel suo insieme, Abu Simbel è la quintessenza dell'iconografia egizia; da un punto di vista grafico sono di una finezza estrema, soprattutto se si pensa che sono stati realizzati oltre 2000 anni fa (anche se le mie opere parietali preferite restano quelle del palazzo di Ninive conservate al British Museum); ciò che lascia esterrefatti tuttavia è la monumentalità del tempio nel suo insieme.




Abu Simbel the two temples

Il tempio minore di Abu Simbel


Accanto al Grande Tempio, leggermente arretrato e volutamente subordinato nella disposizione spaziale, si trova il cosiddetto Tempio Minore di Abu Simbel, dedicato alla dea Hathor e alla grande sposa reale Nefertari. La sua importanza, tuttavia, va ben oltre le dimensioni più contenute: si tratta di un unicum nella storia dell’arte egizia, poiché è uno dei rarissimi templi in cui una regina è raffigurata alla stessa scala del faraone, in questo caso Ramses II. La facciata presenta sei statue colossali scolpite nella roccia: quattro di Ramses II e due di Nefertari, disposte in alternanza. A differenza di quanto avviene quasi sempre nell’iconografia regale, Nefertari non è ridotta a figura ancillare o simbolica, ma condivide pienamente la monumentalità del sovrano, segno di uno status eccezionale e di una precisa scelta ideologica.

Dal punto di vista figurativo e teologico, l’identificazione di Nefertari con Hathor è centrale. Hathor è dea dell’amore, della fertilità, della musica e della gioia, ma anche divinità liminare, protettrice delle terre straniere e delle regioni di confine. Non è un caso che il suo culto venga enfatizzato proprio in Nubia: Hathor è “Signora delle Terre Lontane”, colei che addolcisce e integra ciò che è esterno all’Egitto. Nefertari, associata alla dea, assume quindi un ruolo che non è soltanto coniugale o decorativo, ma profondamente politico e simbolico: è il volto armonizzante del potere ramesside, la controparte femminile e mediatrice dell’autorità del faraone.

L’interno del tempio riprende, in scala ridotta, lo schema del Grande Tempio, ma con un linguaggio figurativo più intimo e raffinato. I pilastri sono decorati con teste di Hathor dai caratteristici corni bovini che racchiudono il disco solare, mentre le pareti mostrano scene di offerte e rituali in cui Ramses e Nefertari agiscono come coppia sacra. Qui il messaggio non è la forza distruttiva del sovrano guerriero, ma la complementarità tra principio maschile e femminile, tra potere e fecondità, tra ordine e armonia.

Nel contesto complessivo di Abu Simbel, il tempio di Nefertari e Hathor svolge dunque una funzione essenziale: bilanciare la violenza simbolica del Grande Tempio con una teologia della conciliazione. Se Ramses domina, Hathor protegge; se il faraone incute timore, la regina-dea rassicura. È un dialogo scolpito nella roccia, in cui il potere imperiale si presenta non solo come forza invincibile, ma come ordine completo, capace di includere, generare e perpetuare se stesso nel tempo.



La rilocazione del tempio

Mentre visitavo il tempio, al naturale stupore alimentato dalla monumentalità dell'opera si sommava l'ulteriore stupore della constatazione della meraviglia ingegneristica che riuscirono a realizzare gli uomini che negli anni '60 spostarono il tempio, lo ripeto, spostarono il tempio, per sottarlo all'innalzamento delle acque causato dalla costruzione della diga di Assuan. Le immagini del volto di Ramses sollevato dalle gru sono rimaste impresse nella mia memoria da quando le vidi nel mio sussidiario alle scuole elementari e da allora avevo sempre desiderato visitare il tempio.

L’operazione di salvataggio di Abu Simbel rappresenta uno dei più complessi interventi di ingegneria applicata al patrimonio culturale mai realizzati, non solo per la scala dell’impresa, ma per la quantità di problemi interdisciplinari — strutturali, geologici, archeologici, simbolici — che dovettero essere affrontati simultaneamente. La minaccia era chiara e ineludibile: la costruzione della Grande Diga di Assuan avrebbe innalzato il livello delle acque del Nilo fino a sommergere completamente i templi. Il tempo, invece, era limitato: il riempimento del bacino del futuro Lago Nasser era già programmato e non ammetteva ritardi. A partire dal 1960, sotto l’egida dell’UNESCO, si mise in moto una mobilitazione internazionale senza precedenti, che coinvolse ingegneri, archeologi, geologi e imprese specializzate provenienti da numerosi paesi.

La prima grande difficoltà fu concettuale: Abu Simbel non era un edificio “costruito”, ma un complesso rupestre scavato in un unico corpo roccioso. Non poteva essere smontato come un tempio in blocchi né protetto con una diga locale, perché la pressione idrostatica del lago avrebbe comunque compromesso la roccia nel lungo periodo. Le soluzioni alternative prese in considerazione — cupole trasparenti sommerse, deviazioni del corso del Nilo, dighe protettive — si rivelarono impraticabili o eccessivamente rischiose. Si optò dunque per la scelta più radicale: sezionare il tempio, trasportarlo e ricostruirlo altrove, accettando consapevolmente di violare l’unità materiale originaria per salvarne l’identità storica e simbolica.

Dal punto di vista tecnico, il taglio della roccia fu una sfida estrema. L’arenaria nubiana, relativamente tenera ma stratificata e irregolare, presentava il rischio costante di fratture imprevedibili. I tecnici dovettero studiare la geologia della collina centimetro per centimetro, individuando linee di taglio che rispettassero la stratificazione naturale e riducessero al minimo le tensioni interne. I templi furono sezionati in oltre mille blocchi, ciascuno numerato, catalogato e mappato tridimensionalmente. Ogni blocco doveva essere abbastanza grande da garantire stabilità strutturale, ma non così massiccio da diventare ingestibile per il trasporto: un equilibrio delicatissimo, che impose compromessi continui tra sicurezza, precisione e fattibilità.

Un ulteriore livello di complessità riguardava la conservazione delle superfici scolpite. I rilievi interni, le statue colossali, i pilastri osiriaci e le decorazioni del santuario non potevano subire vibrazioni, microfratture o variazioni microclimatiche tali da comprometterne la leggibilità. Furono quindi adottate tecniche di taglio a bassa vibrazione e sistemi di imbracatura studiati su misura, mentre gli archeologi supervisionavano ogni fase per evitare la perdita di frammenti o la deformazione dei profili figurativi. Il tempio, in sostanza, venne smontato come un organismo vivente, con la consapevolezza che ogni errore sarebbe stato irreversibile.

La ricostruzione pose problemi ancora più sottili. I templi non furono semplicemente rimontati “più in alto”, ma inseriti all’interno di una collina artificiale in cemento armato e pietra, progettata per simulare il profilo naturale originario. Questo guscio doveva garantire stabilità statica, corretta ventilazione, controllo dell’umidità e protezione dall’erosione, senza tradire visivamente l’illusione di un tempio scavato nella roccia. La vera prova, tuttavia, fu il rispetto dell’asse sacro: l’allineamento solare del Grande Tempio, che due volte l’anno illumina il santuario interno, doveva essere preservato con precisione millimetrica. Anche una minima rotazione angolare avrebbe compromesso un fenomeno che era parte integrante del significato teologico del monumento.

Con inevitabile orgoglio, segnalo che questa opere monumentale fu realizzata prevalentemente da imprese italiane.

Il risultato finale, completato nel 1968, è un paradosso straordinario: Abu Simbel è oggi un tempio “ricostruito” che continua a funzionare simbolicamente come l’originale. Nulla è più al suo posto dal punto di vista geologico, eppure tutto è rimasto al suo posto dal punto di vista storico, figurativo e rituale. L’operazione segnò una svolta nel modo di concepire la tutela del patrimonio: non più solo conservazione passiva, ma intervento consapevole, critico, dichiaratamente artificiale, quando necessario. Oggi, visitando il tempio, è pressoché impossibile scorgere i segni di questa straordinaria operazione di scomposizione ricomposizione e ciò aggiunge meraviglia alla meraviglia, nella duplice constatazione di quanto di straordinario e capace di fare l'essere umano.


Le foto che precedono provengono dal sito https://rarehistoricalphotos.com/


Consigli pratici e note sparse

Come durata della visita ho indicato da 10 minuti a un'ora; questo perché arrivare sul sito, entrare nel tempio e uscire non richiede più di 10 minuti; l'interno del tempio è appena più grande di appartamenti che a Milano vengono venduti per milioni di euro. La forbice massima di un'ora è per chi, come me, ama prendersi tutto il tempo possibile da dedicare alla contemplazione; oltre l'ora, a parte il fatto che qualcuno potrebbe chiamare un TSO per voi, diventa materialmente complicato restare sul posto, almeno per chi, come me, visita Abu Simbel in una trasferta giornaliera da Luxor; Abu Simbel infatti e abbastanza nel mezzo del nulla e quindi mentre visitate il tempio dovrete fare i conti con la decina di ore di strada che vi separano dal vostro rientro a destinazione, quale esso sia. Non escludo tuttavia che ci sia gente che visita Abu Simbel pernottando, ad esempio, ad Assuan; anche in tal caso, credo che dopo un'ora all'interno del tempio vi riterrete pienamente soddisffatti e vorrete dedicarvi a fare altro.

Io personalmente ho visitato Abu Simbel al termine di una crociera subacquea di una settimana e per la visita ad Abu Simbel mi sono avvalso dei servizi del mio buon amico Steven e del suo Dive UK Hurghada, che non perdo occasione di raccomandare; se volete fare qualche giorno di immersioni a Hurghada e aggiungere qualche giorno di visita alle zone archeologiche dell'Egitto del Sud, Steve è il vostro uomo.

Esiste anche uno spettacolo di luci alla sera; non ne ho usufruito, ma pare che sia molto bello.

Un po' inaspettatamente, all'ingresso c'è un bookshop molto ben fornito sull'antichità egizia; suggerisco di tenere un po' di spazio nel bagaglio nel caso vogliate fare qualche acquisto.

Dello spettacolo dell'allineamento del Sole che si ripete ogni 22 febbraio e 22 ottobre, allestito con lungimiranza da Ramses II in modo da consentire a tanti Instagrammers di affollare il tempio due volte all'anno ho già scritto sopra.

Un'ultima notazione: proprio non capisco l'ultima moda dell'allestimento archeo-museale di riempire siti archeologici e musei di turisti orientali che strillano senza contegno, toccano con le mani ogni reperto che abbia più di 500 anni, vestono abiti di lusso in modo del tutto inappropriato e occupano i siti per ore facendo foto in posa con la bocca a culo di gallina; trovo che gioverebbe molto di più alla visita selezionarli all'ingresso vietandone l'accesso, ma suppongo che sia una mia bizzarria.




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