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Tanzania: safari, oceano e il mito geografico dell’Africa orientale

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    The Introvert Traveler
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 14 min

Ci sono paesi che si visitano e paesi che esistono prima di tutto nell’immaginario. La Tanzania appartiene alla seconda categoria. Prima ancora di diventare una destinazione turistica, è stata per generazioni europee una costruzione mentale alimentata da racconti di esploratori, fotografie di animali nella savana e pagine letterarie che trasformavano l’Africa orientale in un luogo quasi metafisico. È il paesaggio dell’orizzonte infinito punteggiato di acacie, dei grandi branchi in movimento, delle piste rosse di polvere che tagliano la savana.

In realtà la Tanzania è molto più complessa del mito che la circonda. Dal punto di vista geografico è uno dei paesi più vari dell’intero continente africano. In poche centinaia di chilometri si passa dalla savana del Serengeti alle foreste tropicali delle montagne, dalle grandi caldere vulcaniche dell’altopiano ai reef corallini dell’Oceano Indiano. Questa varietà rende il paese una destinazione sorprendentemente completa: safari tra i grandi mammiferi africani, immersioni in aree marine ancora poco frequentate, città storiche nate dalla cultura swahili e dall’intreccio di influenze arabe, africane e persiane.

Per chi ama viaggiare con uno sguardo più lento e analitico, la Tanzania rappresenta anche un caso interessante di sovrapposizione tra paesaggio naturale e costruzione culturale. Il modo in cui oggi immaginiamo l’Africa della savana deriva in larga parte proprio da questi territori dell’Africa orientale. Il Serengeti, il cratere di Ngorongoro e le grandi pianure del nord del paese hanno finito per definire l’iconografia stessa del safari.

Questa guida raccoglie i miei post dedicati alla Tanzania (non tratta quindi luoghi che non ho visitato, come Zanzibar o Pemba) e cerca di offrire una visione complessiva del paese, intrecciando tre dimensioni che raramente vengono raccontate insieme: l’esperienza del safari, la fotografia naturalistica, il mondo marino dell’Oceano Indiano.


La Tanzania da un punto di vista sociale ed economico

Dal punto di vista sociale ed economico la Tanzania è uno dei paesi più popolosi dell’Africa orientale, con circa 65 milioni di abitanti appartenenti a oltre 120 gruppi etnici diversi. La grande maggioranza della popolazione è di origine bantu e vive in contesti rurali, dove l’economia è ancora fortemente legata all’agricoltura di sussistenza, alla pastorizia e a piccole attività commerciali locali. Le città principali – Dar es Salaam, l’ex capitale e oggi centro economico del paese, Dodoma, attuale capitale amministrativa, e Arusha, porta di accesso ai parchi del nord – rappresentano invece i nodi di un’economia in graduale crescita, sostenuta soprattutto dal turismo, dall’estrazione mineraria (in particolare oro e tanzanite) e dall’agricoltura destinata all’esportazione, come caffè, tè e anacardi. Dal punto di vista politico la Tanzania è considerata uno dei paesi relativamente più stabili dell’Africa subsahariana. Dopo l’indipendenza dal dominio coloniale britannico nel 1961, il paese fu guidato dal presidente Julius Nyerere, figura centrale della storia nazionale, che promosse un modello di socialismo africano noto come ujamaa, basato su cooperative agricole e su una forte enfasi sull’unità nazionale. Sebbene questo sistema economico abbia mostrato nel tempo limiti evidenti, contribuì a creare un’identità nazionale relativamente coesa in un paese molto eterogeneo dal punto di vista etnico e linguistico. Oggi la lingua swahili svolge proprio questa funzione di collante culturale, permettendo a gruppi molto diversi di condividere uno spazio politico comune.

Tra i gruppi più noti al di fuori dell’Africa vi sono i Maasai, popolazione semi-nomade di pastori che vive tra la Tanzania settentrionale e il Kenya meridionale. I Maasai sono diventati nel tempo una sorta di simbolo iconografico dell’Africa orientale, con il loro stile di vita pastorale, le tradizionali vesti rosse e una cultura fortemente legata all’allevamento del bestiame. Tuttavia la loro situazione contemporanea è complessa. La creazione dei grandi parchi nazionali e delle aree di conservazione – come il Serengeti e Ngorongoro – ha spesso comportato restrizioni all’uso tradizionale delle terre da pascolo, generando tensioni tra le comunità locali e le politiche di conservazione della fauna selvatica. Negli ultimi decenni il governo tanzaniano ha cercato di conciliare turismo, tutela ambientale e diritti delle popolazioni locali (spesso usando, però, il pugno di ferro con i Masai), ma il rapporto resta delicato e talvolta controverso, soprattutto nelle zone dove la crescita del turismo internazionale aumenta il valore economico delle terre. Per il visitatore questo contesto sociale ricorda che il paesaggio apparentemente “selvaggio” dei safari è in realtà abitato e gestito da comunità umane che convivono da secoli con gli stessi ecosistemi che oggi attirano milioni di viaggiatori.



Il paesaggio della Tanzania: una geografia di ecosistemi

Per comprendere davvero la Tanzania bisogna partire dalla sua struttura fisica. Il paese si colloca lungo il sistema della Great Rift Valley, la grande frattura geologica che attraversa l’Africa orientale da nord a sud e che nel corso di milioni di anni ha modellato il territorio dando origine ad altopiani, caldere vulcaniche, bacini lacustri e ampie pianure. Questo lungo processo geologico ha prodotto un paesaggio sorprendentemente vario, in cui rilievi vulcanici, depressioni e superfici ondulate si alternano creando uno dei mosaici naturali più complessi del continente africano.

Il nord del paese ospita il cosiddetto Northern Safari Circuit, una rete di parchi nazionali e aree protette che costituisce uno degli ecosistemi più ricchi di fauna selvatica al mondo. In questa regione si trovano luoghi ormai entrati nell’immaginario del viaggio africano: il Serengeti, che prosegue senza soluzione di continuità oltre il confine kenyano nel Masai Mara, l’imponente caldera di Ngorongoro, le savane punteggiate di baobab del Tarangire e il lago Manyara, incastonato tra la scarpata della Rift Valley e la pianura circostante.

Verso est il territorio digrada progressivamente fino alla costa dell’Oceano Indiano, dove una lunga fascia litoranea è caratterizzata da mangrovie, barriere coralline e arcipelaghi tropicali. Le isole di Zanzibar, Pemba e Mafia rappresentano la naturale estensione marina degli ecosistemi dell’Africa orientale, un mondo fatto di reef corallini, lagune e correnti ricche di vita.

All’interno del paese l’altopiano centrale si distende come una vasta superficie leggermente inclinata, interrotta da antichi vulcani e da depressioni che nel tempo si sono trasformate in laghi o pianure alluvionali fertili. Tra le forme geologiche più spettacolari emergono il Kilimangiaro, il monte più alto del continente africano, e il cratere di Ngorongoro, un’enorme caldera generata dal collasso di un vulcano preistorico. Intorno a queste strutture si estendono grandi distese di savana modellate dall’alternanza stagionale tra piogge e periodi di siccità.

Dal punto di vista vegetale il paesaggio è dominato dalla savana erbosa, dove ampie praterie di graminacee sono interrotte da alberi isolati che disegnano l’orizzonte. Le acacie, con le loro chiome larghe e appiattite, sono probabilmente l’immagine più riconoscibile di questi ambienti. In alcune regioni compaiono anche i monumentali baobab, alberi dalle forme quasi irreali, capaci di immagazzinare grandi quantità d’acqua nei loro tronchi e di sopravvivere per secoli.

La vegetazione varia progressivamente con l’altitudine e con la disponibilità di acqua. Nelle zone più aride dominano praterie rade e arbusti adattati alla siccità, mentre lungo i corsi d’acqua e nelle aree lacustri si sviluppano fasce di vegetazione più fitta che attirano una grande concentrazione di fauna. Salendo verso le montagne e gli altopiani più elevati, la savana lascia gradualmente spazio a foreste tropicali più dense e umide.

È proprio questo intreccio tra geologia, clima e vegetazione a rendere il paesaggio tanzaniano così particolare. Non si tratta di una natura uniforme ma di un sistema dinamico in cui variazioni minime di suolo, altitudine o umidità possono cambiare completamente l’aspetto dell’ambiente. Da questa complessità nasce anche la straordinaria biodiversità che ha reso la Tanzania uno dei luoghi più emblematici del continente africano.


Impressioni di viaggio

Partendo da Arusha, e ancora prima dal confine con il Kenya, il paesaggio è brullo, pianeggiante e ripetitivo, intervallato di tanto in tanto da piccoli villaggi di baracche di lamiera, che si sviluppano lungo i lati della strada, dove i locali svolgono attività commerciali essenziali. Di tanto in tanto, lungo le infinite strade rettilinee, si scorgono alcuni Masai, che a gruppi di due o tre camminano ai bordi della strada nei loro caratteristici abiti colorati. Sulle grandi direttrici che collegano Arusha ai parchi, l'asfalto è eccellente e si viaggia comodamente; avevo letto diffusamente sul web del cosiddetto "African Massage", ovvero il tormento procurato dai continui rimbalzi del fuoristrada sulle strade dissestate, ma salvo rare eccezioni, l'esperienza sensoriale prevalente durante i trasferimenti è il rumore assordante dell'auto, più che il massaggio involontario.

Le condizioni economiche della popolazione locale sono relativamente floride e in genere non si assiste a episodi di degrado; la popolazione è generalmente amichevole con i turisti e in molti comprendono correntemente l'inglese.

Ad Arusha, la cosa più vicina a una metropoli che abbia visitato, l'esperienza è piuttosto pittoresca e curiosa; l'abbigliamento prevalente è oltremodo pesante in relazione al clima, come se l'inverno locale fosse percepito in modo eccessivo rispetto al più tipico clima africano; in generale, per quanto riguarda l'aspetto, sembrano tutti meticolosamente curati con un'apparente tendenza alla vanità e un'evidente indulgenza ai colori ipertrofici. Diversamente dagli "occidentali" che sono sistematicamente spinti all'omologazione dal marketing e dalle convenzioni sociali, qui tutti esprimono una spiccata individualità tramite l'abbigliamento, che è di una varietà estrema.

Attraversando la città si succedono motociclette munite di ombrelloni, divani issati sui tetti, mucche, carriole di frutta, palazzi diroccati, fabbriche colossali, cimiteri di apecar, saldatori di cancelli, un uomo che sega una motocicletta in due a forza di braccia, orti, lamiere, maestosi buoi gibbosi; sembra non esserci limite alle infinite iterazioni in cui può manifestarsi la realtà. L'esistenza nel suo complesso qui si manifesta in modo completamente diverso dal mondo occidentale.

Un altro modo in cui l'eterogeneità prolifera sono le infinite variazioni sul concetto di motocicletta e apecar; sembra che il concetto elementare di motocicletta sia stato fornito all'Africa su uno spartito bianco e questa vi abbia costruito sopra infinite improvvisazioni jazzistiche; sulle motociclette trasportano lance, frigoriferi, bestiame, armadi, esplosivi, scorie nucleari, avendo come unico limite la creatività, che è inesauribile a giudicare dai colori e dalle forme diverse con cui ogni moto è decorata e accessoriata per distinguersi immediatamente da ogni altra moto possibile. La stessa creatività è applicata alla circolazione stradale e al sorpasso che appare essere decodificato da norme convenzionali; ma la circolazione sembra disciplinata da un'anarchia solidale, disciplinata da qualche deus ex machina che coordina ogni evento in modo che, inspiegabilmente, non accadano incidenti; oppure più prosaicamente tutti hanno un diverso senso della morte come evento ineluttabile, che finisce per condizionare il flusso del traffico secondo una rappresentazione in grande scala della teoria del caos. In ogni caso è paradossale che il popolo del "pole pole" avverta questa continua urgenza del sorpasso incondizionato.

Nelle attività quotidiane sembrano tutti animati da una sorta di fancazzismo operoso: mentre uno si affanna con la saldatrice, altri tre (e tendenzialmente il rapporto è sempre questo) lo osservano seduti su sedili di automobili adagiati sullo sterrato; mi chiedo se di tanto in tanto si alternino nei rispettivi compiti di ozio e negozio.

Un aspetto che colpisce anche l'osservatore meno attento è che tendenzialmente sono tutti molto sorridenti, e mi sono chiesto se rispetto a me, che a un osservatore esterno devo apparire frequentemente tenebroso/scontroso, siano tutti più sereni e felici.

Inserisco qui in calce, perché suppongo che non se ne possa fare a meno trattando dell'Africa, alcuni luoghi comuni e stereotipi diffusi in Occidente, dandoli quindi per affrontati: Africa culla della civiltà, continente nero, colonialismo e mito del buon selvaggio, africani dotati di grande senso del ritmo e di doti sessuali eccezionali.



Safari in Tanzania: il grande teatro della savana

Il safari è naturalmente l’esperienza che ha reso celebre la Tanzania. Il Northern Circuit collega alcune delle aree protette più importanti dell’intero continente africano e offre una concentrazione di fauna difficilmente eguagliabile altrove. In pochi giorni di viaggio si attraversano ecosistemi diversi e si ha la sensazione di entrare in un grande sistema naturale ancora relativamente intatto, dove le dinamiche tra predatori e prede continuano a svolgersi secondo ritmi antichi.

Le grandi pianure del Serengeti rappresentano uno degli ecosistemi più spettacolari del pianeta. Si tratta di un’immensa distesa di savana che copre circa quindicimila chilometri quadrati e ospita una delle più grandi concentrazioni di mammiferi selvatici esistenti. Qui ogni anno si svolge la Great Migration, il movimento ciclico di milioni di gnu e zebre che attraversano la savana seguendo le piogge alla ricerca di nuovi pascoli. Durante questo fenomeno naturale impressionante, enormi mandrie si muovono lentamente all’orizzonte formando colonne di animali che possono estendersi per chilometri. Accanto agli gnu e alle zebre si incontrano spesso grandi branchi di gazzelle di Thomson e gazzelle di Grant, più piccole e leggere, che approfittano degli stessi pascoli.

Questa straordinaria abbondanza di erbivori sostiene naturalmente una popolazione altrettanto importante di predatori. Il Serengeti è uno dei luoghi migliori al mondo per osservare i leoni, spesso distesi all’ombra delle acacie durante le ore più calde del giorno o impegnati nelle battute di caccia all’alba e al tramonto. Non è raro vedere anche leopardi, animali solitari e difficili da avvistare, che trascorrono gran parte del tempo sugli alberi per proteggere le loro prede da altri carnivori. Nelle pianure aperte si incontrano inoltre i ghepardi. Accanto a questi grandi predatori vivono anche iene maculate, servali e sciacalli, opportunisti intelligenti che svolgono un ruolo fondamentale nell’equilibrio dell’ecosistema.

Il cratere di Ngorongoro, invece, è una gigantesca caldera vulcanica collassata che forma un ecosistema quasi chiuso. Le sue pareti naturali racchiudono una pianura fertile dove l’acqua e il pascolo sono disponibili durante tutto l’anno. Questo isolamento ha creato una densità di fauna sorprendente. Qui si incontrano facilmente numerosi branchi di leoni che pattugliano il territorio. Ngorongoro è anche uno dei pochi luoghi della regione dove è ancora possibile avvistare il rinoceronte nero, specie rara e protetta che sopravvive in piccoli numeri grazie a programmi di conservazione particolarmente rigorosi.

Parchi come Tarangire e Lake Manyara completano questo mosaico ecologico con ambienti diversi. Tarangire è celebre per le sue grandi mandrie di elefanti, che durante la stagione secca si concentrano lungo il fiume che attraversa il parco. Qui il paesaggio è dominato da giganteschi baobab e da foreste di acacie dove si muovono anche giraffe, bufali africani, impala, kudu.

Il Lake Manyara, invece, offre un ambiente completamente diverso. Il lago alcalino attira migliaia di uccelli acquatici, tra cui stormi spettacolari di fenicotteri che colorano di rosa le acque basse. Nelle foreste che circondano il lago si possono incontrare babbuini, scimmie verdi e occasionalmente i famosi leoni arrampicatori, noti per l’abitudine insolita di salire sugli alberi (visibili anche a Tarangire).

Durante un safari la sensazione più sorprendente non è solo la quantità di animali, ma il modo in cui questi si inseriscono nel paesaggio. Le giraffe si muovono lentamente tra le acacie come figure allungate contro l’orizzonte, gli elefanti avanzano in silenzio tra le praterie sollevando nuvole di polvere rossa, mentre le grandi mandrie di ungulati trasformano la savana in un organismo in movimento. Nel mio racconto di viaggio ho cercato di descrivere proprio questa dimensione immersiva del safari, il modo in cui il paesaggio e la presenza costante degli animali finiscono per modificare lentamente la percezione dello spazio e del tempo.


Fotografia di safari: osservare prima di fotografare

Un safari è anche un’esperienza visiva molto intensa. La luce dell’Africa orientale, soprattutto nelle prime ore del mattino e nel tardo pomeriggio, crea condizioni ideali per la fotografia naturalistica. Tuttavia fotografare animali selvatici non è semplicemente una questione di attrezzatura.

La fotografia di fauna richiede soprattutto pazienza e capacità di osservazione. Gli animali si muovono secondo ritmi che non sempre coincidono con quelli del visitatore. Spesso la differenza tra una fotografia mediocre e un’immagine memorabile sta proprio nella capacità di anticipare il comportamento dell’animale o di cogliere l’istante in cui la scena acquista una struttura visiva interessante.

Dal punto di vista tecnico è quasi indispensabile utilizzare teleobiettivi, perché gli animali devono essere osservati a distanza per motivi di sicurezza ma soprattutto di rispetto dell’habitat. Tempi di scatto rapidi aiutano a congelare il movimento, mentre l’utilizzo della luce radente delle prime ore del giorno permette di ottenere immagini più tridimensionali e meno piatte.

Ho raccolto alcuni suggerimenti pratici nel mio articolo dedicato alla fotografia di safari.


Oltre la savana: l’Oceano Indiano e il diving in Tanzania

La Tanzania non è solo savana. Lungo la costa dell’Oceano Indiano si estende un sistema di barriere coralline ancora relativamente poco frequentato dal turismo subacqueo internazionale.

L’isola più famosa è naturalmente Zanzibar, conosciuta soprattutto per la sua storia legata alle rotte commerciali dell’Oceano Indiano e alla cultura swahili. Tuttavia dal punto di vista naturalistico l’arcipelago meno conosciuto di Mafia Island rappresenta probabilmente una delle destinazioni più interessanti; non ha da offrire gli scorci instagrammabili con la sabbia bianca e l'acqua cristallina di Zanzibar, ma è più autentica e soprattutto molto più incontaminata e ancora relativamente estranea al turismo di massa.

Mafia ospita una area marina protetta con reef corallini molto ben conservati e una biodiversità notevole. Le correnti dell’Oceano Indiano portano nutrienti che alimentano un ecosistema ricco di pesci di barriera, tartarughe marine e occasionalmente grandi pelagici.

L’isola è anche uno dei pochi luoghi dove è possibile osservare con relativa regolarità gli squali balena, i più grandi pesci esistenti, che frequentano queste acque durante determinate stagioni.



Quando visitare la Tanzania

Il periodo migliore per visitare la Tanzania dipende molto dal tipo di esperienza che si vuole fare.

La stagione secca, tra giugno e ottobre, è generalmente considerata il momento migliore per i safari. La vegetazione è meno densa e gli animali tendono a concentrarsi vicino alle fonti d’acqua, rendendo più facile l’osservazione della fauna. Il clima è anche gradevole, intorno ai 28 gradi durante il giorno e tollerabilmente fresco di notte.

Tra gennaio e marzo si svolge invece la stagione delle nascite degli gnu nel Serengeti meridionale, un momento particolarmente interessante dal punto di vista naturalistico.

Per quanto riguarda il diving nell’Oceano Indiano, molte zone offrono condizioni favorevoli soprattutto tra ottobre e marzo, quando il mare è generalmente più calmo; io ho visitato Mafia ad agosto, quando le immersioni erano consentite soltanto all'interno della barriera corallina; mi è stato detto che le immersioni nell'Oceano, al di fuori della barriera, sono spettacolari, ma sono possibili solo durante l'estate locale; ad ogni modo le immersioni a Chole Bay mi hanno sorpreso e sono risultate decisamente al di sopra delle mie aspettative.


Consigli pratici

Dal punto di vista pratico organizzare un viaggio in Tanzania è relativamente semplice, ma richiede comunque qualche attenzione preliminare. I principali aeroporti internazionali sono Kilimanjaro International Airport (JRO), che serve la regione dei safari nel nord del paese, Dar es Salaam (DAR) sulla costa dell’Oceano Indiano e Zanzibar (ZNZ) per chi è diretto soprattutto sull’arcipelago, ma valuterei anche la possibilità di volare sull'aeroporto di Nairobi (NBO) attraversando poi il confine in auto. Per chi intende visitare il Serengeti, Ngorongoro o Tarangire la soluzione più logica è volare su Kilimanjaro, generalmente con uno scalo in Europa o in Medio Oriente, ad esempio ad Addis Abeba, Doha o Istanbul. Da lì la maggior parte dei safari parte dalla città di Arusha, considerata la porta d’accesso ai parchi del Northern Circuit. Per le isole dell’Oceano Indiano, invece, si vola di solito su Dar es Salaam o direttamente su Zanzibar, proseguendo eventualmente con piccoli voli interni verso Mafia Island o altre destinazioni costiere. Controlla i voli attualmente disponibili.

Dal punto di vista climatico la Tanzania ha un clima tropicale con due stagioni principali: la stagione secca, generalmente tra giugno e ottobre, e la stagione delle piogge, che si divide in un periodo di piogge brevi tra novembre e dicembre e uno più intenso tra marzo e maggio. Per un safari la stagione secca è spesso preferibile perché la vegetazione è meno fitta e gli animali si concentrano vicino alle fonti d’acqua, rendendo più facile l’osservazione. Le temperature nelle regioni della savana sono generalmente elevate durante il giorno ma possono scendere sensibilmente la mattina presto e la sera, soprattutto sugli altopiani intorno ad Arusha e Ngorongoro. Per questo motivo è consigliabile vestirsi a strati, con abiti leggeri ma coprenti durante il giorno e una giacca o una felpa per le ore più fresche. I colori neutri come beige, kaki o verde oliva sono preferibili perché si integrano meglio con l’ambiente e attirano meno insetti rispetto ai colori molto vivaci. Cappello, occhiali da sole e crema solare sono consigliati ma non indispensabili nella stagione secca; come calzature sono sufficienti delle normali sneakers, valutando la possibilità di portare anche delle ciabatte da spiaggia che si possano sfilare rapidamente, perché durante il safari si passerà molto tempo in piedi sui sedili del fuoristrada.

Per quanto riguarda la salute, prima di partire è sempre opportuno consultare il proprio medico o un centro di medicina dei viaggi. Alcune vaccinazioni sono generalmente raccomandate per chi viaggia nell’Africa orientale, tra cui epatite A, epatite B e tifo, mentre la vaccinazione contro la febbre gialla può essere richiesta se si proviene da paesi dove la malattia è endemica. In molte aree della Tanzania è inoltre presente la malaria, per cui spesso viene consigliata una profilassi farmacologica accompagnata dall’uso di repellenti per insetti e abiti che coprano braccia e gambe nelle ore serali. È sempre utile portare con sé un piccolo kit medico da viaggio con farmaci di base, disinfettante, cerotti e eventuali medicinali personali. Dal punto di vista logistico è bene ricordare che nei parchi nazionali i servizi sono limitati e le distanze possono essere notevoli, quindi conviene organizzare il safari tramite operatori affidabili e prevedere spostamenti con guide locali esperte. Nonostante queste precauzioni, la Tanzania resta una destinazione relativamente accessibile e sicura per chi viaggia con un minimo di preparazione, e proprio questo equilibrio tra avventura e organizzazione rende l’esperienza del safari particolarmente affascinante.


Perché la Tanzania resta una destinazione unica

Ci sono molte destinazioni in Africa dove è possibile fare safari. Ci sono molte isole tropicali dove è possibile immergersi. Ci sono anche numerosi paesi con una storia culturale affascinante.

La Tanzania è uno dei pochi luoghi dove tutte queste dimensioni convivono nello stesso spazio geografico. In pochi giorni è possibile passare da un cratere vulcanico popolato da leoni a un reef corallino dell’Oceano Indiano, attraversando paesaggi che hanno contribuito a definire l’immaginario stesso del viaggio africano.

Per questo motivo, più che una semplice destinazione turistica, la Tanzania resta soprattutto un paesaggio mentale, uno di quei luoghi in cui il mito del viaggio e la realtà geografica finiscono per sovrapporsi.


Per approfondire

Questa è una pagina introduttiva alla Tanzania. Se sei interessato ad approfondire, o stai programmando un viaggio, potrebbero interessarti i seguenti post:





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